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Agricoltura al podere: mezzadria e psiche

Le Marche sono sempre state considerate una regione periferica e marginale, nonostante la conclamata centralità geografica, climatica e caratteriale. Hanno sofferto di un  notevole isolamento culturale, scaturito soprattutto dal fatto di essere una regione prevalentemente agricola. Non a caso  al cinema il marchigiano è sempre stato rappresentato con un accento rozzo, ridicolo e maldestro, non è certo il raffinato torinese con la erre moscia, ma un contadino furbetto con gli occhi vispi che bada alla concretezza e il suo parlare è intriso di luoghi comuni. L’accento maceratese viene sempre preferito perché diventa simbolo di una certa provincia italiana gretta e ottusa,  che deve fare letteralmente i conti con una realtà priva di sogni, fatta di terra e polli e maiali e grano e nient’altro. Badare al sodo sempre, anche quando l’Italia è oramai negli anni del boom economico e del dopo boom, con la contestazione, le lotte sindacali e le vittorie democratiche di un paese che, tutto sommato, diventa una potenza economica mondiale di una certa rilevanza.

Perché questo?

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Viene naturale pensare al contesto economico e a  ciò che lo reggeva: la mezzadria era la formula prevalentemente usata che regolava il rapporto tra colui che lavorava la terra –  tra l’altro ottima, delineata da tante colline e anche tante valli e fiumi che la rendono particolarmente fertile, e un clima mite, piovoso e assolato quando serve, insomma l’ideale per molte colture –  e il proprietario terriero, spesso aristocratico, prete o notabile.
La mezzadria, ovvero il contadino ( o il colono) che stipulava un contratto con il padrone del fondo agricolo e regolarizzava la sua posizione assumendosi l’onere di coltivarlo per un certo numero di anni, lui e la sua famiglia, e sulla quale gravava un senso di responsabilità della tenuta sia del fondo, che della casa assegnatagli, degli animali da cortile e del bestiame, nonché degli alberi da frutta, degli olivi e persino del gelsi, le cui foglie erano utilizzate per allevare i bachi da seta, ma soprattutto si sentiva responsabile dell’affidabilità dei membri della sua famiglia che dovevano mostrare la stessa docilità e servilismo nei confronti del capoccia o vergaro.

Se diamo un’occhiata ad un solo  contratto mezzadrile tra un padrone proprietario terriero e un colono, ci  rendiamo conto quanto questo fosse un  rapporto simile a quello tra un padrone e un  servo della gleba.

Al contrario del bracciante, figura di lavoratore agricolo proveniente dal nord Italia come dal profondo sud,che altro non è che uomo libero che va dove c’è necessità di braccia,appunto,  e può anche  cambiare paese o emigrare in un’altra regione, Il mezzadro è stanziale, si muove raramente perché deve badare al fondo. Al contrario del mezzadro, il bracciante  non ha un posto fisso né per mangiare nè spesso un tetto sotto cui dormire, ed è solo,  nel senso che  non porta con sé la propria famiglia e il suo lavoro è legato decisamente alle stagioni con molti momenti fermi. Il mezzadro è ugualmente povero ma ha un tetto sopra la testa e non muore di fame ma  il prezzo da pagare è una dura sottomissione al padrone, una tendenza all’isolamento culturale dovuto alla sua conseguente fedeltà al fondo  e a considerare i suoi familiari come suoi subalterni e attendenti,nient’altro che braccia,  i rapporti familiari sono molto gerarchici e non danno spazio ai sogni. La vita è dura e non ha sorprese e se ce l’ha non sono mai positive. Eppoi vedere la vita sempre dalla medesima prospettiva e dallo stesso paesaggio predispone ad una certa chiusura mentale.
Non che la vita per il bracciante fosse migliore, anzi, ma il fatto di spostarsi gli forniva più occasioni di contatti e di vedere altri mondi  e altri modi di pensare diversi dal suo, ciò ha lo aperto anche all’emigrazione, specie per quanto riguarda il sud, e ad una certa abitudinarietà a saper affrontare le molteplicità dell’esistenza con un atteggiamento più destinato  al caso e alla naturalezza.
La mezzadria ha reso il marchigiano un uomo mite si ma di  una mitezza ragionata, calcolata. L’ignoranza lo ha reso  scettico nei confronti del nuovo e quindi poco avvezzo all’esternazione del sé, atteggiamento che si espleta più facilmente in compagnia di persone che conosci appena e con i quali non hai legami particolari,né  rapporti di sudditanza o di egemonia. In una parola se sei lontano da casa, hai più occasioni di tirare fuori il meglio di te, specie in condizioni disagevoli, e si diventa più liberi, autonomi e forti.

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Se il mezzadro fosse stato un uomo capace di esternare il suo sé con naturalezza avrebbe senz’altro perso autorevolezza nei confronti della sua famiglia e  forse fiducia da parte del proprietario, che lo avrebbe reso sospettoso e dubbioso sulle reali capacità di gestire  una piccola impresa agricola quale è , in sostanza, il fondo colonico.
Il mezzadro invece, oltre alla terra  coltiva la pazienza e l’arrendevolezza al padrone, in attesa del momento in cui la sua attenzione nei suoi confronti viene meno egli potrà infine “ raggirarlo” celando in parte il frutto del suo sudato lavoro,nascondendo  così uova e galline, toglie il frumento, il vino e parcellizza ancora di più il suo ricavo, lo mette da parte. Il mezzadro è un gran risparmiatore e consuma tutto al minimo: il padrone non deve vedere niente: né un vestito nuovo o un cappello o delle scarpe nuove, perché potrebbe insospettirsi. Quindi il marchigiano è abituato a nascondere la sua ricchezza, nascondere il suo sé, nascondere tutto. Mi viene in mente il piccolo imprenditore marchigiano di successo che negli anni ’70 e

’80  nascondeva la sua Ferrari in garage. Non trovate che l’atteggiamento sia lo stesso? Non mostrare, nascondere sempre, soprattutto il frutto del suo lavoro. La ricchezza che non deve essere vantata.

Antieroe modesto, incapace di volare alto, non possiede la leggerezza del toscano, l’ironia del romano, la semplicità ma anche il coraggio del lombardo, la lungimiranza del siciliano, ha tutto questo ma anche meno,

non riesce a vedere al di là delle sue possibilità che non conosce né gli vengono dati gli strumenti per farlo, complice una religiosità che sa più di superstizione vera e propria piuttosto che di sentito spiritualmente e che esercita sul marchigiano una forte funzione di controllo, anche mentale, anche se si professa ateo: l’attaccamento alla famiglia, alla parentela, al suo guscio, al suo vecchio fondo. E tutti sono funzionali, spesso non viene offerto ai vari membri la possibilità di studiare fuori regione, non devono allontanarsi, attraversare il guado può essere pericoloso, pena la perdita del nucleo, del sé mantenuto e nascosto, di ciò che si è sempre protetto e non si sa oggi veramente per cosa.
Il marchigiano tendenzialmente copia, non inventa ( non può!) , ruba con l’occhio e, da grande lavoratore qual è, da furbo qual è,  comprende ben presto che ciò che copia può essere facilmente realizzabile su vasta scala. Nasce quindi l’imprenditore, sia piccolo che grande, la maggior parte di questa categoria nelle Marche, almeno in passato, non ha davvero inventato niente ma ha tratto a proprio vantaggio invenzioni altrui e le ha solo modificate e migliorate.
La famosa laboriosità marchigiana proviene da quel fondo agricolo, che lo si voglia credere o no, proviene da quella schiatta di lavoratori abituati da secoli alla mitezza mista a scaltrezza assieme, a quella cristiana pietà che altro non è che sagace maestria nel non  affrontare mai le difficoltà di petto, indorandole e  contando sul tempo che mette a posto le cose. E il tempo sembra poi sembra metterle a posto in effetti, ma spesso è solo un illusione. In realtà cambia poco, la mentalità è sempre la stessa, ed è decisamente poco propensa alla temerarietà. Non a caso le Marche sono state, nel passato, grande serbatoio di voti della Democrazia Cristiana e di imprenditori come Merloni, Pieralisi, Berloni ecc, ecc….
Ora certo alcune cose stanno cambiando, molti giovani , complice la grande crisi economica , se ne vanno tranquillamente all’estero a studiare o a lavorare, le nuove generazioni sentono meno la tensione  del distacco. Siamo, tutto sommato,  nell’Europa unita e aperta alla circolazione della stessa moneta e degli europei, c’è Erasmus e un atteggiamento da parte dei genitori volto ad esortare i loro figli alla libera circolazione di idee e di possibilità di vivere altrove. Ma non dimentichiamo che siamo sempre figli di questa terra, e che per cinque che se vanno altri cinque rimangono e con esso rimane la mentalità del fondo agricolo.
Sapranno le Marche e i marchigiani aprirsi agli altri, almeno in futuro? Perché non basta aprire nuove vie di comunicazione, tra l’altro le strade e autostrade sono numerosissime, ci sono porti e aeroporti e una ferrovia in verticale e orizzontale, se poi la tendenza è sempre quella di chiudersi a riccio, frequentare sempre la stessa gente, sacralizzare i familiari e vedere i “ forestieri” come qualcosa di estraneo, inadeguato alla loro inadeguatezza,e  vedere il futuro come un’occasione per esprimersi veramente, con quella leggerezza e quella temerarietà che nei secoli passati  è loro  stata negata?

Credo che questa sia la vera sfida del marchigiano di domani.  La scommessa sul suo  futuro dipende dalla capacità di guardarsi dentro  senza sentirsi collegato per forza di cose al “ podere”, allenandosi alla gara della vita  con coraggio sapendo che fuori c’è un mondo che lo  aspetta e che soprattutto  aspetta la sua  capacità di essere curioso e aperto ai contatti umani.

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