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Diventare Paesaggio

(di Lorenza Cappanera)

10462993_10204573629958519_1084998726952394528_nAdoro la mia regione, anche se qualche volta la vorrei buttare a mare. Forse più i marchigiani che il territorio, mi fanno rabbia quando si chiudono a riccio e si sottovalutano, antico retaggio culturale che li voleva sempre inferiori rispetto alla casta vaticana/aristocratica. Non è colpa loro, non è colpa nostra. L’unico in grado di contrastare la mentalità da natio borgo selvaggio è stato Giacomo Leopardi, che ho sempre chiamato Giacomino, come fosse un fratello: “Qui amabilissimo signor mio, tutto è insensataggine e stupidità”, scriveva al Giordani. Ora certo molte cose sono cambiate rispetto all’Ottocento, ma in definitiva ho spesso sofferto per questa mancanza di ampie vedute, da città fortificata, persino Ancona, la città dove ero nata e cresciuta, l’ho sempre considerata un guscio chiuso, incapace di vedere oltre, il mare non l’ha mai aiutata. Già a 12 anni sognavo Londra e mia madre mi dava della pazza. Le lingue si, ma a casa. Fortuna volle che per due anni alle medie ebbi una greco-inglese come compagna di banco  e poi il linguistico. Una volta laureata il mio sogno era ancora partire, come Giacomino. Ed ero davvero su quella strada.Fu poi una meravigliosa signora tedesca che conobbi  per caso, a suggerirmi  che non dovevo andarmene affatto e che la mia Londra la potevo trasferire ovunque, specie qui  e avrei dovuto portare io, al contrario, gli stranieri e far conoscere questa straordinaria regione. La guardai strana, non capivo, ma pian piano cominciai a vedere le Marche in un’altra prospettiva, attraverso i suoi occhi, come fosse la prima volta. Giravamo in lungo e in largo, dal mare alle colline, paesi e città e sulle montagne  urlava: “that is Switzerland!” mentre ci inerpicavamo su, “that is absolutely better than Switzerland”, indicando prati e boschi intonsi. E ho cominciato a crederci. La Londra che volevo e le Marche da cui fuggivo era la Lorenza che mancava di prospettiva, abituata a sentirsi dire no per ogni cosa, “no tu non sei adatta, no questo non conviene” dicevano i miei e  affini, quella morte di cui parlava Giacomino, il silenzio e il sonno universale  che spiegava al Giordani quando questi minimizzava “di questo i forestieri si meravigliano” scriveva, ma lui ne sapeva qualcosa.Leopardi andrebbe insegnato ad ogni genitore, inculcato in ogni mente sfiduciata e derelitta, in ogni scuola, ogni studio psicologico, non inseguendo il programma didattico in maniera patetico-tradizionale aspettando sempre il solito, tragico idiota (ce n’è sempre uno in ogni classe) che lo etichetta come “un disperato”. Fossero tutti cosi i disperati!  Quando scriveva era poco più che adolescente, ma con una mente talmente acuta e sveglia che riusci, nonostante i tempi e la sua salute, ad andarsene  con l’ ausilio di  Giordani, sorta di prof.  Keating de “L’ attimo fuggente”, liberandosi da Monaldo. Non è cosa da tutti.Ma ritorniamo a noi, o meglio ritorniamo all’amabile signora tedesca: pensionata, aveva comperato un casolare nelle colline di Arcevia, in passato aveva girato il mondo dirigendo un agenzia di modelli (uomini, of course!) ed era vissuta a lungo in Sud Africa il cui unico souvenir era rimasto il suo Rodhesian Ridgeback che la seguiva dappertutto a parte quando vedeva  i cinghiali, li pareva ritornare nella savana e non capiva più niente. Che giornate meravigliose in quella splendida campagna, mentre gli correvamo dietro, il sole che scendeva sulle colline, l’aria tersa, i campi di girasole.E fu cosi che mi accorsi di quanto avesse ragione: Le Marche erano bellissime. Incantate. Una meraviglia della natura. Qualcosa che ti prende l’anima e non la lascia più.Ritornavamo esauste nella sua casa, cane al guinzaglio, poi in veranda un bicchiere di vino locale, musica a tutto volume e tanto di noi assorbite nel paesaggio. Noi eravamo quel paesaggio, ne facevamo parte integrante, eravamo parte del sistema. Il profumo delle ginestre e del grano faceva il resto, inebriate da quell’atmosfera sorridevamo a noi stesse e brindavamo dicendo “Prosit. Ein Prosit der Gemuglichkeit”, testo di una canzone bavarese che mi aveva insegnato. Der Gemuglichkeit. Parola intraducibile, ma il senso è: il focolare, l’anima della casa. Brindavamo a quella. Non so quante volte mentalmente l’ho ringraziata. Mi ha insegnato che c’è un’anima in tutte le cose che facciamo, basta volerlo, e basta amare.Questo amore per la casa è nato lì, ma forse la mia anima aspettava il mio risveglio, l’immagine simbolo di cui Platone parla rincorrendo il mito di Er, l’immagine che ci riporta sulla terra  e  al senso dell’ esistenza:  l’amore per la mia terra, e forse anche per la mia gente testona e poco incline all’emozione.Non aspettatevi il turismo tout court. Quelle “masse apparentemente felici di individui infelici” che scendono dai pullman in attesa di ammirare un quadro, non ci appartengono. E nemmeno le vorremmo. Al nostro spazio ci teniamo. Ma come dice Sgarbi: “tutta la pittura italiana è nata qui, nelle Marche”. E qualche cosa ci siamo tenuti, mica siamo scemi. E’ solo sparsa, nascosta. Le Marche dice ancora il Vittorio, sono sfuggenti, misteriose e plurali.E’ cosi. Scopritele non ne saprete mai abbastanza.Vi consiglio  un giro tra le chiese, i palazzi, i musei.  Ci sono dei capolavori in paesini  e città che non ti aspetti. Ve ne parlerò in altri articoli, non temete.Uscite dall’autostrada della vita dunque, prendete una rotta qualsiasi e siate turisti di voi stessi, fate del viaggio nelle Marche una metafora dell’esistenza, diventate  paesaggio. Scoprirete l’anima di questa regione, e forse anche la vostra. Marche-640x320diventarepaesaggio

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