Il Pipaio di Jesi

di Massimiliano Giorgi

Tra le eccellenze delle Marche ci sono gli artigiani della pipa. Qualche produzione di tipo industriale, ma in massima parte si parla di veri e proprio artigianato, spesso interamente “fatto a mano”.

È un vero e proprio “distretto della pipa d’eccellenza” quello marchigiano: marchi prestigiosi come Ser Jacopo, Mastro de Paja, Don Carlos sono noti a tutti gli amanti del lento fumo, e loro e decine di altri più o meno grandi sono derivazione – indiretta o meno – del primo produttore di pipe marchigiano, Non canta la Raganella. Marchio nato nel finire dell’800 e che ebbe fortuna a partire dal secondo dopoguerra, tanto da generare – appunto – molti epigoni e seguaci.

A Jesi, in una traversa del corso Matteotti, sotto l’arco Bisaccioni, si trova ancora il laboratorio di Tonino Jacono, probabilmente il più esclusivo tra i pipai italiani: al di là dell’indiscussa qualità  tecnica ed estetica dei suoi lavori, è anche l’artigiano, Tonino ama ripetere che fa una pipa al giorno.

Poco più di 300 pipe l’anno, interamente realizzate a mano, dalla selezione del ciocco di radica (fino a pochi anni fa coltivata da suo suocero, in Calabria), alla finitura.

Si va dalle più economiche Zen (una sua invenzione con fornelli intercambiabili) a quelle commemorative o esoteriche: pipe “cavate fuori” dai migliori pezzi di radica del suo magazzino, coi quali è possibile evidenziare il massimo della bellezza del legno, le venature più armoniose.

“Cavate fuori: la pipa è già dentro il ciocco”: usa quest’epressione Tonino per descrivere la sua opera e gli faccio notare che Michelangelo usava la stessa espressione per lo stesso concetto.

Non è affatto una forzatura. Tonino fa con la radica lo stesso processo che Buonarroti faceva col marmo: il ciocco grezzo da al primo sguardo l’idea di quale forma possa contenere, forma plasmata seguendo il disegno tracciato dalle venature. Poi a volte capita che levigando il legno esca fuori un’imperfezione, un sassolino rimasto imprigionato mentre la radice cresceva, le venature che cambiano percorso e non si accordano più con la forma che si intendeva dare. E allora si interviene in corso d’opera, si cambia la forma o lo stile secondo quanto detta quel particolare ciocco.

La pipa era già dentro il legno, si doveva solo togliere quel che stava intorno.

Questo percorso non è un problema, se le realizzazioni sono interamente a mano e seguite una ad una secondo le particolarità del legno.

E non è un problema se il fumatore ha qualche necessità particolare. Negli anni ho potuto concedermi il capriccio di un paio di pipe e qualche accessorio che Tonino ha tirato fuori da miei disegni (scaturiti la mattina, dopo una digestione pesante…).

A parte le mie bizzarre richieste, le pipe di Tonino Jacono sono costruttivamente perfette: un buyer americano, anni fa, invitò a Milano i cinque pipai italiani che per lui erano il top: la fumabilità dei loro prodotti era nota, come la loro bellezza. Ne scelse due: Tonino ricorda che scelse prima le sue,  perché erano le uniche che se poggiate su un piano rimanevano in equilibrio, anche con fondello tondeggiante.

E infatti il grosso della produzione delle pipe Jacono finisce all’estero: gli Stati Uniti, mercato storico, e successivamente i Paesi dei “nuovi ricchi”, come Cina e Russia (dove ho dovuto personalmente consegnare ad un suo cliente moscovita una piccola fornitura: “Visto che passi di lì…”, mi disse. Il proprietario del negozio, un giovane e gioviale georgiano, mi fece trascorrere un pomeriggio di amabili chiacchiere nella sala da tè del locale, con una stanza humidor per i sigari, sorseggiando distillati come si confà ad un ambiente accogliente del genere. Ho cercato di non far caso alle facce da forca che negli altri tavoli si stavano godendo il pomeriggio, sollevato dal fatto che dalle loro camicie non spuntassero tatuaggi della Bratva…

Nei suoi 30 anni di attività ha sfornato più di 10mila pipe, molte delle quali in produzione limitata e numerata. Ha trovato anche il tempo di scalare i vulcani attivi più alti al mondo (prima il Cotopaxi – 5.897 m – e poi, quando si è rimesso a fumare, lo Ojos del Salado, 6.893 m), di attraversare il Sahara in bicicletta, di correre un paio di volte i 225 km del tragitto che fece Filippide per annunciare la vittoria di Maratona, più molte stagioni da corridore su lunghe distanze con qualche titolo nazionale.

Lento fumo e lunga corsa, potrebbe essere il motto di Tonino Jacono. IN realtà sono facce della stessa medaglia: fare le cose con cura, fino al dettaglio, non importa quanto difficili o complesse.

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