La casa colonica nelle Marche

Se si viene   per la prima volta nella nostra regione, specie  da nord o da sud della costa adriatica, ciò che immediatamente salta all’occhio  sono questi dolci verdi pendii che digradano verso il mare,   la loro geometria, i  quadrati e rettangoli  che salgono e scendono  marcati o  interrotti  da filari di querce e  vigne, fossi , canneti, macchie di uliveti. Questa sorta di scacchiera ottica   è rappresentata dalle diverse coltivazioni.

Nel film “ Fumo di Londra”  Alberto Sordi  fa la parte di  un antiquario che, vedendo   per la prima volta la campagna inglese, dice :  “ Qui non è come in Italia, la campagna è tutta verde e riposante, vedi mucche e pecore ovunque che pascolano placide  e hai l’idea che tutto ti caschi dal cielo,come una sorta di manna celeste,  da noi invece  non c’è un campo che non è arato, coltivato, lavorato. Ecco: da noi  i campi sono sinonimo della fatica , qui invece del relax”

Beh,  possiamo dire che le campagne marchigiane rientrano perfettamente in quell’immagine che il  nostro famoso attore così ben  descrive:  l ’immagine della  fatica , del lavoro che il contadino svolge  e che ancora più faticosamente ha svolto  nel passato.Quelle geometrie rappresentano il lavoro, e dunque la fatica  ma anche danno idea di  organizzazione e di concretezza,   che sono una caratteristica dei marchigiani.

In ogni caso sono proprio questi paesaggi e questi terreni lavorati a comunicarci  il senso di attaccamento alla terra dei suoi abitanti.
Se poi si  lascia una delle tante strade  principali  e ci si addentra in una stradina di campagna, quelle bianche magari, strette e polverose in estate, allora si entra come in una specie di macchina del tempo fermo : i grandi alberi di olivi danno ombra e sollievo a qualche cane addormentato e alle pecore semi intontite dal caldo, vecchi e malconci reticolati fanno da spartiacque tra i campi arati e i pochi ingialliti  pascoli mentre sullo sfondo domina la casa del contadino  forte e rugosa come lui, a controllare il podere e i suoi  abitanti.

Ciò  che prima di tutto  ci trasmette la casa colonica , oggi per lo più bisognosa di restauro, è un senso  inalterato  di appartenenza a questa terra, forse l’unica testimone rimasta miracolosamente in vita della nostra cultura, della nostra storia e identità più profonda e più comune.

Il messaggio della sua presenza è un silenzio assenso, che parla più di qualsiasi  racconto storico pieno di enfasi sui personaggi che fecero le Marche e l’Italia, è la narrazione della sua vita quotidiana fatta di rinunce e privazioni, di povertà e miseria ma non di disperazione, di regole e gerarchie precise che hanno formato il carattere sociale di una popolazione fortemente attaccata al territorio.

In pratica è la casa colonica a narrare il vissuto psicologico dell’ Uomo del Settecento e Ottocento, entrandovi si percepisce l’assenza di  E’ quando  si entra in una casa rurale che, a mio avviso,  si entra a stretto contatto con la storia vera, che è la storia di gran parte di noi, molto più che se si entrasse in castelli e palazzi nobiliari  e non c’è niente altro che lei  a rappresentare il vero simbolo delle Marche, e del modo in cui  l’individuo  ha mediato con la natura circostante, l’ha governata ma non piegata, l’ha rispettata ma non assecondata in tutto e per tutto.

Ho voluto scrivere un breve riassunto della storia  della casa rurale marchigiana , che scopro via via farsi sempre più interessante e coinvolgente, proprio perché anche se trovo giusto che per mantenere queste case intatte nel tempo si proceda ad una sorta di ristrutturazione che rispecchi le esigenze dei nostri tempi, sia pur nel rispetto della fisionomia e della visione d’insieme, tuttavia trovo giusto delineare quello che era prima.
Si sa  che le stalle vengono tutte trasformate in zone giorno e che le camere da letto si fanno in alto.
Ma come era prima, in generale?
Più o meno come per tutte le case che molti di  voi hanno  visto.. La stalla a ovest, le cantine a est , la porcilaia nel sottoscala la cucina al primo piano al centro della casa, la camera del vergaro ( contadino) sopra la stalla, a governare e controllare anche di notte il bene più grande di un podere: il bestiame.
Ma, nonostante gli schemi generali devo dire che raramente ho trovato una casa uguale ad un’altra, pur simili, avevano poi qualche dettaglio che le differenziava.

La casa rurale ha rappresentato l’espressione più viva della civiltà contadina nel corso dei secoli nelle Marche. Il contadino, a partire dal XVII sec. la utilizza come sua dimora stabile assieme alla sua famiglia che lo aiuta nella coltivazione del podere. Il podere non è suo, egli è un mezzadro, cioè legato tramite un contratto al proprietario terriero. Il contratto di mezzadria prevede che il contadino debba lavorare la terra, badare agli animali e dare metà del ricavato al proprietario, come questo ricavato debba essere calcolato, in grano o in farina, rientra negli accordi delle parti le quali in generale, decidono che il contadino debba abitare nella casa, mantenerla decorosamente, dare ricovero agli animali, agli attrezzi agricoli, alle scorte. Il proprietario costruisce la casa colonica, il mezzadro si occupa della sua manutenzione ordinaria
Il raccolto va diviso a metà. Spesso non è direttamente il proprietario terriero che viene a contare la scorta ma il fattore, ossia l’uomo di fiducia del padrone.
Nella casa rurale si assiste a una pluralità di funzioni che deve rispondere alle più diverse esigenze e proprio per questo che la casa mezzadrile è divenuta, nel corso degli anni, sempre più complessa ed articolata, sottoposta a diverse trasformazioni proprio per adattarla alle esigenze del momento, sia nella distribuzione degli spazi interni sia esternamente con l’aggiunta di nuovi corpi, uniti all’esistente o autonomi o, come accade nell’Ottocento, demolendo vecchi edifici e rifacendone di nuovi.

Ho trovato case grandissime, dove, specie qui nello Jesino, vivevano anche più di 40 persone e spesso mi sono chiesta come facevano a viverci, dov’era quella privacy così essenziale al giorno d’oggi e quali  meccanismi psicologici e comportamentali scattassero in una vita e in una famiglia così allargata e così costretta a vivere assieme.

Non era certo una comune, quella per intenderci molto di moda negli anni sessanta e settanta, dove ognuno era in fondo libero di fare e di esprimersi come più gli pareva.( chi dipingeva, chi s’improvvisava nella ceramica, insomma quello che si continua a fare anche adesso che ci si è liberati dal bisogno primario della fame) Si viveva sotto la stretta gerarchia e sorveglianza del capoccia o vergaro e della vergara, si lavorava nei campi dalla mattina presto fino a sera,e il lavoro nei campi era  durissimo,  le donne lavoravano nei campi oppure filavano, mungevano le vacche, rammendavano, facevano il pranzo ( per tutte quelle persone!) badavano ai piccoli. Insomma quelle case per un momento ritornavano in vita, bella o brutta che sia, ma in vita. Mentre ora se ne stavano lì, come cani abbandonati in attesa di un nuovo padrone.
E allora ho anche cominciato a pensare che  le case rurali rappresentano molto di più di quel che si può  generalmente pensare. Nonostante la loro modesta architettura, se di architettura si può parlare, la loro presenza sul territorio è così vasta e  numerosa, pensate che ne sono state distrutte in passato quasi la metà di quel che ne esistono oggi, sono il testimone di un patrimonio culturale che non è scritto da nessuna parte –  fatto di gesti, parole, pensieri, timori –  ma  si è  tramandato di generazione in generazione e che, e questo può sembrare buffo, ha intaccato anche quelle genti e generazioni che non avevano nessun contadino in famiglia o per rami di parentela.  Il senso del risparmio, ad esempio, il mostrare poco, la modestia, una spiccata religiosità, un forte  controllo di sé e degli altri,una certa freddezza a mostrare i propri sentimenti, specie dei genitori nei confronti dei figli ma, nonostante questo, un forte attaccamento alla famiglia e alle radici con tutti vantaggi e gli svantaggi che ne conseguono, e in ultimo, una tendenza alla razionalità ( la terra è concretezza) piuttosto che al sogno e all’illusione. Tutto questo è derivato dalla cultura contadina e non certo borghese, di borghese qua nelle Marche abbiamo poco o niente, e la tendenza a coltivare il proprio orto, come oggi molti piccoli industriali coltivano la propria fabbrica,la propria attività, lo spiccato individualismo deriva proprio da qui. Una mentalità che oggi si cerca di superare con una forte scolarizzazione, con la globalizzazione, con la forte apertura al mondo che è avvenuta specie negli ultimi anni con l’apertura dell’aereoporto, ma questa  caratteristica  rimane  molto radicata.
Perciò, anche se trovo giusto che i tempi e le esigenze cambino, guardo con tenerezza a volte quello che è il nostro passato e che le mode e le tendenze moderne stanno trasformando da casa di fatica
a casa – finalmente! –  di relax. Anche perchè questi edifici  hanno quasi sempre ottime collocazioni.
Non erano mica stupidi il nostro avo contadino  in fondo! Non andava  mica a cercare lavori precari in città, in luoghi malsani e sovraffollati, e quindi in paragone stava sempre meglio di altri. Anche se lottava  sempre con i debiti e il padrone che lo stritolava lui aveva sempre qualche posto dove nascondere le uova o un pollo o una scodella di latte, aveva sempre un luogo ameno dove vivere, pieno di sole e alberi e acqua e tanta aria buona. Insomma povero si ma mica stupido!

Nei libri che ho letto ho trovato spesso questa frase “ Non si può parlare di vera architettura in quanto queste case venivano per lo più costruite da manovali di campagna  e solo le case coloniche , dopo la seconda metà dell’Ottocento, con le ottime inchieste sulla situazione delle campagne  marchigiane  svolte dall’ingegnere Paolo Guerrieri di Macerata che si coglie la necessità di migliorare le condizioni di vita del contadino, delineando quelle che dovevano essere le divisione della casa colonica ideale, direttive che in ogni caso non sempre vennero prese in considerazione”

 

1) – Tra le forme più diffuse si possono individuare due tipi differenti di case coloniche, quelle con scala esterna e quelle con scala interna.

  1. a)  –  La scala interna detta anche  abitazione a solarola ritroviamo più in pianura e verso il mare, le capanne sono asimmetriche rispetto alla facciata principale , con tetto a falda.

La cucina e le camere sono al piano primo, come anche il magazzino per le scorte. La cucina è il luogo centrale della casa , con il focolare chiamato arola o rola La stalla è a est,al piano terra sopra le camere , in modo che il contadino o il vergaro ( da verga, quello che tiene il comando) possa avvertire  anche il più piccolo rumore di notte, momento in cui avvengono maggiormente casi di furto di bestiame. A ovest  si trova la cantina e l’ovile , nel sottoscala la porcilaia o il pollame.
Poi c’è l’aia, in parte pavimentata e in parte in terra battuta, dove si svolgono le attività della vendemmia o battitura ma è anche luogo di incontri e di feste legate alla raccolta dei prodotti dei campi.

  1. b) –  Il secondo tipo dicasa è con la scala esterna , sempre dell’area collinare che conduce direttamente al piano primo e alla cucina. La scala può essere coperta o scoperta, solo nella parte superiore del pianerottolo  d’ingresso dell’abitazione. Per il resto nell’interno è uguale alla casa con la scala interna: stessa suddivisione delle camere, identiche le funzioni.

2)Un altro tipo di casa colonica che si trova in prevalenza in zone di alta collina è la casa  di pendio. Quest’ultima non ha né scala esterna né interna, il primo piano viene adibito ad abitazione mentre la parte seminterrata  è stalla e cantina assieme.
E’ costruita da un piano interrato verso valle, la stalla, e sopra, l’abitazione vera e propria con cucina, camere, con l’ingresso dal piano stradale più elevato apparendo come un piano terreno rispetto alla strada.
Questo tipo di casa è prevalentemente in pietra locale, grigia o rosa bianca a seconda delle zone dove è ubicata, comunque sempre nelle zone più montane.

3)Va menzionata a parte la casa a pianta quadrata con stanze piuttosto grandi distribuiti su due piani.
Sono poche ma molto belle, traggono origini dai più antichi casolari e dalle case padronali. Hanno particolari architettonici più dettagliati e non hanno la stalla al piano terra, anzi, in alcuni casi vi si trova la cucina mentre  le camere e la sala  stanno al piano superiore.

Il prospetto principale presenta una porta d’ingresso a forma di arco, con incisa la data della costruzione della casa e cornici in laterizio.
Tutte le volte che le ho viste ho provato sempre una sensazione di maestosità e concretezza. Sono adagiate sulla sommità di piccoli colli o in pianura e hanno il senso della prospettiva, con il medesimo numero di finestre su ogni lato. Indubbiamente sono molto affascinanti e  consiglierei di lasciare l’aia proprio come era una volta, perché nella maggior parte di casi hanno davanti un lastricato molto antico di pianelle in cotto

4) La casa a torre poi più avanti  trasformata a palombara ha lo stesso origini molto antiche, risalenti al 1500 e 1600, inizialmente costruita , nelle sue forme più arcaiche che risalgono al 1200 e 1300, a struttura di tipo militare. Inizialmente questa tipologia di case, presente più nelle aree interne e boscose era condizionata dal timore, peraltro fondatissimo, di costanti aggressioni e razzie.
La casa torre svettava sopra la vegetazione ad alto fusto e permetteva la vista delle colline vicine.
Gli ambienti interni seguivano l’identica logica delle altre tipologie: stalle e cantine al piano terra, stanze e magazzino ai piani superiori. E’ solo dopo il 1600 che la casa torre si trasforma nella casa colombaia o palombara, la torre diventa coperta e adibita a rifugio dei colombi.
Questa tipologia di casa rappresenta il modello più ambizioso tra le case poderali e quindi anche il più costoso ma la sua persistenza nel tempo dipende anche dal fatto che l’allevamento dei colombi viene apprezzato oltre che per la sua carne anche per la produzione del concime ritenuto un ottimo fertilizzante.

5) Un’ulteriore capitolo si estende per la casa a bigattiera, diffusasi intorno ai primi dell’Ottocento. Dovuto anche al fatto che intorno a Jesi si sviluppano le manifatture per la lavorazione della seta, presenti qui in numero notevole. (Grazie a queste manifatture,le “ filande”  dove molte donne trovavano impiego, si è sviluppata un certo tipo di musica popolare che oggi è ritornata alla luce grazie allo studio e alla ricerca di Gastone Petrucci e il gruppo de ” La Macina“. People who know this type of folk music know what I am talking about, this band is famous all over Italy).
Chi ama il genere folk sa bene di cosa parlo, questo gruppo è diventato molto famoso in tutta Italia)
Di queste case ne restano  molte forme e varie  grandezze. Qui ne fotografo solo una , altrimenti non c’è spazio.
Nei regimi mezzadrili la coltivazione del bigatto, il baco da seta, permette di utilizzare la manodopera dei fondi nei periodi dell’anno in cui l’attività agricola risulta ridotta.
Così si costruiscono diverse tipologie di case con bigattiera rialzata a pianta centrale o laterale anche se la più comune risulta quella a pianta centrale, in genere è sovrapposto alla cucina.
Le case a bigattiera presentano il più delle volte timpani e di una  porta finestracaratteristica, in posizione centrale, con architrave ad arco e ringhiera.Le finestre sono ampie per dare maggiore areazione e provviste di scuri al fine di impedire un forte soleggiamento della stanza nelle ore centrali del giorno, altrimenti il baco ne verrebbe danneggiato.

6) Un’ultima menzione va alle cosiddette case di terra. Le case di terra sono costruite con materiali molto poveri, come la terra e la paglia. Questa tecnica era molto diffusa in quei tempi Ma queste case hanno subito una continua distruzione, sia a causa dell’abbandono delle campagne sia perché ritenute simbolo di povertà.
Anche qui vanno fatte due distinzioni: la casa di terra del piccolo proprietario e la casa di terra del bracciante. Nel primo caso la costruzione è indipendente.
Sulle case di terra ci sarebbe molto da dire. Singolare è il loro modo di essere costruite e meriterebbe per questo un discorso a parte.Numerosa è la bibliografia a proposito di questo tipo di case.
Veniva usato un composto fatto di terra e paglia , la lavorazione veniva eseguita soprattutto in primavera e in autunno perché altrimenti il caldo avrebbe seccato troppo così come l’eccessivo gelo dell’inverno. Si usavano per la maggior parte delle volte delle casseformi nella quale si metteva il composto di terra e paglia oppure si realizzavano dei blocchi di terra squadrati e si poggivano uno sopra l’altra proprio come delle pietre a secco. La copertura era fatta di una graticcio di canne disposto su travi di legno sulla quale si stendeva uno strato di terra e paglia e poi si poggiavano le  normali tegole in laterizio.
Le uniche case di terra rimaste, anche grazie alla Sovrintendenza ai Monumenti , sono a Serra dè Conti e a San Paolo di Jesi. Sono state ristrutturate e possono essere ammirate in tutta la  loro semplicità di fattura.

 

In conclusione ho cercato di sintetizzare il più possibile le diverse tipologie di case in modo da rendere edotto il visitatore che viene a cercare una casa colonica dalle nostre parti per venirci a vivere o per passarci una parte dell’anno. Non ho voluto intenzionalmente fare una ricerca più approfondita perché non trovavo che questo ne fosse il luogo più adatto, ma spero di aver in qualche modo suscitato in voi un interesse e sono sicura che, in futuro, quando vi troverete davanti una casa rurale, cercherete subito di darle una definizione più accurata, vi porrete delle domande come ho fatto io, cercando tracce e testimonianze di un passato che non può più tornare, ma che comunque grazie a  tutti  noi  può mantenersi nel tempo futuro ritrovando una diversa, certo più serena, funzione abitativa.

Lorenza Cappanera, sociologa e appassionata di storia.

 

Sergio Marinelli – architetto e progettista, esperto  di storia dell’ architettura rurale

 

 

Se si viene   per la prima volta nella nostra regione, specie  da nord o da sud della costa adriatica, ciò che immediatamente salta all’occhio  sono questi dolci verdi pendii che discendono verso il mare. Ad un ulteriore colpo d’occhio,  dopo che magari si è stati  sviati  dalla strada o dalla macchina che ci sta a fianco o  qualche bruttura architettonica che, specie nelle aree più urbane non manca mai, di queste dolci colline  notiamo  la loro geometria, i  quadrati e rettangoli  che salgono e scendono e vengono marcati o  interrotti  da filari di querce edi vigne, fossi canneti, macchie di uliveti.

Questa geometria  è rappresentata dalle diverse coltivazioni.
Nel film “ Fumo di Londra”  Alberto Sordi  fa la parte di  un antiquario che vedendo   per la prima volta la campagna inglese  asserisce:  “ Qui non è come in Italia, la campagna è tutta verde e riposante, vedi mucche e pecore dappertutto che pascolano tranquille  e hai l’idea che tutto ti caschi dal cielo, da noi invece  non c’è un campo che non è arato, coltivato, lavorato. Ecco: da noi  i campi sono sinonimo della fatica  ,  in Inghilterra del relax”

Beh,  possiamo dire che le campagne marchigiane rientrano perfettamente in quell’immagine che il  nostro famoso attore così ben  descrive:  l ’immagine della  fatica , del lavoro che il contadino svolge e che ancora più faticosamente ha svolto  nel passato.Quelle geometrie rappresentano il lavoro, e dunque la fatica  ma anche danno idea di  organizzazione e di praticità ,  che sono una caratteristica dei marchigiani.

In ogni caso sono proprio questi paesaggi e questi terreni lavorati a comunicarci  il senso di attaccamento alla terra dei suoi abitanti.
Se poi si  lascia una delle tante strade  principali  e ci si addentra in una stradina di campagna, quelle bianche magari, strette e polverose in estate, allora si entra come in una specie di macchina del tempo che qui sembra essersi fermato: i grandi alberi di olivi danno ombra e relax a qualche cane addormentato e alle pecore semi intontite dal caldo, vecchi e malconci reticolati fanno da spartiacque tra i campi arati e i pochi, ingialliti, pascoli e , di lato o sullo sfondo  la casa rurale, forte e rugosa come una vecchia contadina  che nonostante l’età  ormai avanzata sta  sempre lì indefessa  a controllare il podere.

Se proviamo infatti ad inseguire con lo sguardo  i solchi arati, partendo dalla valle, per risalire su verso i crinali, notiamo subito che sulla sommità è presente sempre la casa colonica, che domina quel podere. Le case rurali nelle colline  sono distribuite uniformemente ed è raro trovare poderi senza casa.

Ciò  che prima di tutto  ci trasmette la casa rurale, oggi per lo più abbisognosa di restauro, è un senso, inalterato nel tempo, di appartenenza a questa terra, forse l’unica testimone rimasta miracolosamente in vita della nostra cultura, della nostra storia e identità più profonda.
La casa rurale infatti  rappresenta la nostra cultura marchigiana  più di ogni altra cosa, ci dice di come siamo stati nel tempo, coi nostri pregi e difetti, dei rapporti che intercorrevano in famiglia, della famiglia come perno economico e sociale della vita quotidiana, degli stili di vita, delle sue regole e gerarchie nel bene e nel male che riflettevano le regole e le gerarchie della società marchigiana e più in generale del centro Italia.

E’ quando  si entra in una casa rurale che, a mio avviso,  si entra a stretto contatto con la storia vera, che è la storia di gran parte di noi, molto più che se si entrasse in castelli e palazzi nobiliari  e non c’è niente altro che lei  a rappresentare il vero simbolo delle Marche, e del modo in cui  l’individuo  ha mediato con la natura circostante, l’ha governata ma non piegata, l’ha rispettata ma non assecondata in tutto e per tutto.

Ho voluto scrivere un breve riassunto della storia  della casa rurale marchigiana , che scopro via via farsi sempre più interessante e coinvolgente, proprio perché anche se trovo giusto che per mantenere queste case intatte nel tempo si proceda ad una sorta di ristrutturazione che rispecchi le esigenze dei nostri tempi, sia pur nel rispetto della fisionomia e della visione d’insieme, tuttavia trovo giusto delineare quello che era prima.
Si sa  che le stalle vengono tutte trasformate in zone giorno e che le camere da letto si fanno in alto.
Ma come era prima, in generale?
Più o meno come per tutte le case che molti di  voi hanno  visto.. La stalla a ovest, le cantine a est , la porcilaia nel sottoscala la cucina al primo piano al centro della casa, la camera del vergaro ( contadino) sopra la stalla, a governare e controllare anche di notte il bene più grande di un podere: il bestiame.
Ma, nonostante gli schemi generali devo dire che raramente ho trovato una casa uguale ad un’altra, pur simili, avevano poi qualche dettaglio che le differenziava.

La casa rurale ha rappresentato l’espressione più viva della civiltà contadina nel corso dei secoli nelle Marche. Il contadino, a partire dal XVII sec. la utilizza come sua dimora stabile assieme alla sua famiglia che lo aiuta nella coltivazione del podere. Il podere non è suo, egli è un mezzadro, cioè legato tramite un contratto al proprietario terriero. Il contratto di mezzadria prevede che il contadino debba lavorare la terra, badare agli animali e dare metà del ricavato al proprietario, come questo ricavato debba essere calcolato, in grano o in farina, rientra negli accordi delle parti le quali in generale, decidono che il contadino debba abitare nella casa, mantenerla decorosamente, dare ricovero agli animali, agli attrezzi agricoli, alle scorte. Il proprietario costruisce la casa colonica, il mezzadro si occupa della sua manutenzione ordinaria
Il raccolto va diviso a metà. Spesso non è direttamente il proprietario terriero che viene a contare la scorta ma il fattore, ossia l’uomo di fiducia del padrone.
Nella casa rurale si assiste a una pluralità di funzioni che deve rispondere alle più diverse esigenze e proprio per questo che la casa mezzadrile è divenuta, nel corso degli anni, sempre più complessa ed articolata, sottoposta a diverse trasformazioni proprio per adattarla alle esigenze del momento, sia nella distribuzione degli spazi interni sia esternamente con l’aggiunta di nuovi corpi, uniti all’esistente o autonomi o, come accade nell’Ottocento, demolendo vecchi edifici e rifacendone di nuovi.

Ho trovato case grandissime, dove, specie qui nello Jesino, vivevano anche più di 40 persone e spesso mi sono chiesta come facevano a viverci, dov’era quella privacy così essenziale al giorno d’oggi e quali  meccanismi psicologici e comportamentali scattassero in una vita e in una famiglia così allargata e così costretta a vivere assieme.

Non era certo una comune, quella per intenderci molto di moda negli anni sessanta e settanta, dove ognuno era in fondo libero di fare e di esprimersi come più gli pareva.( chi dipingeva, chi s’improvvisava nella ceramica, insomma quello che si continua a fare anche adesso che ci si è liberati dal bisogno primario della fame) Si viveva sotto la stretta gerarchia e sorveglianza del capoccia o vergaro e della vergara, si lavorava nei campi dalla mattina presto fino a sera,e il lavoro nei campi era  durissimo,  le donne lavoravano nei campi oppure filavano, mungevano le vacche, rammendavano, facevano il pranzo ( per tutte quelle persone!) badavano ai piccoli. Insomma quelle case per un momento ritornavano in vita, bella o brutta che sia, ma in vita. Mentre ora se ne stavano lì, come cani abbandonati in attesa di un nuovo padrone.
E allora ho anche cominciato a pensare che  le case rurali rappresentano molto di più di quel che si può  generalmente pensare. Nonostante la loro modesta architettura, se di architettura si può parlare, la loro presenza sul territorio è così vasta e  numerosa, pensate che ne sono state distrutte in passato quasi la metà di quel che ne esistono oggi, sono il testimone di un patrimonio culturale che non è scritto da nessuna parte –  fatto di gesti, parole, pensieri, timori –  ma  si è  tramandato di generazione in generazione e che, e questo può sembrare buffo, ha intaccato anche quelle genti e generazioni che non avevano nessun contadino in famiglia o per rami di parentela.  Il senso del risparmio, ad esempio, il mostrare poco, la modestia, una spiccata religiosità, un forte  controllo di sé e degli altri,una certa freddezza a mostrare i propri sentimenti, specie dei genitori nei confronti dei figli ma, nonostante questo, un forte attaccamento alla famiglia e alle radici con tutti vantaggi e gli svantaggi che ne conseguono, e in ultimo, una tendenza alla razionalità ( la terra è concretezza) piuttosto che al sogno e all’illusione. Tutto questo è derivato dalla cultura contadina e non certo borghese, di borghese qua nelle Marche abbiamo poco o niente, e la tendenza a coltivare il proprio orto, come oggi molti piccoli industriali coltivano la propria fabbrica,la propria attività, lo spiccato individualismo deriva proprio da qui. Una mentalità che oggi si cerca di superare con una forte scolarizzazione, con la globalizzazione, con la forte apertura al mondo che è avvenuta specie negli ultimi anni con l’apertura dell’aereoporto, ma questa  caratteristica  rimane  molto radicata.
Perciò, anche se trovo giusto che i tempi e le esigenze cambino, guardo con tenerezza a volte quello che è il nostro passato e che le mode e le tendenze moderne stanno trasformando da casa di fatica
a casa – finalmente! –  di relax. Anche perchè questi edifici  hanno quasi sempre ottime collocazioni.
Non erano mica stupidi il nostro avo contadino  in fondo! Non andava  mica a cercare lavori precari in città, in luoghi malsani e sovraffollati, e quindi in paragone stava sempre meglio di altri. Anche se lottava  sempre con i debiti e il padrone che lo stritolava lui aveva sempre qualche posto dove nascondere le uova o un pollo o una scodella di latte, aveva sempre un luogo ameno dove vivere, pieno di sole e alberi e acqua e tanta aria buona. Insomma povero si ma mica stupido!

Nei libri che ho letto ho trovato spesso questa frase “ Non si può parlare di vera architettura in quanto queste case venivano per lo più costruite da manovali di campagna  e solo le case coloniche , dopo la seconda metà dell’Ottocento, con le ottime inchieste sulla situazione delle campagne  marchigiane  svolte dall’ingegnere Paolo Guerrieri di Macerata che si coglie la necessità di migliorare le condizioni di vita del contadino, delineando quelle che dovevano essere le divisione della casa colonica ideale, direttive che in ogni caso non sempre vennero prese in considerazione”

 

1) – Tra le forme più diffuse si possono individuare due tipi differenti di case coloniche, quelle con scala esterna e quelle con scala interna.

  1. a)  –  La scala interna detta anche  abitazione a solarola ritroviamo più in pianura e verso il mare, le capanne sono asimmetriche rispetto alla facciata principale , con tetto a falda.

La cucina e le camere sono al piano primo, come anche il magazzino per le scorte. La cucina è il luogo centrale della casa , con il focolare chiamato arola o rola La stalla è a est,al piano terra sopra le camere , in modo che il contadino o il vergaro ( da verga, quello che tiene il comando) possa avvertire  anche il più piccolo rumore di notte, momento in cui avvengono maggiormente casi di furto di bestiame. A ovest  si trova la cantina e l’ovile , nel sottoscala la porcilaia o il pollame.
Poi c’è l’aia, in parte pavimentata e in parte in terra battuta, dove si svolgono le attività della vendemmia o battitura ma è anche luogo di incontri e di feste legate alla raccolta dei prodotti dei campi.

  1. b) –  Il secondo tipo dicasa è con la scala esterna , sempre dell’area collinare che conduce direttamente al piano primo e alla cucina. La scala può essere coperta o scoperta, solo nella parte superiore del pianerottolo  d’ingresso dell’abitazione. Per il resto nell’interno è uguale alla casa con la scala interna: stessa suddivisione delle camere, identiche le funzioni.

2)Un altro tipo di casa colonica che si trova in prevalenza in zone di alta collina è la casa  di pendio. Quest’ultima non ha né scala esterna né interna, il primo piano viene adibito ad abitazione mentre la parte seminterrata  è stalla e cantina assieme.
E’ costruita da un piano interrato verso valle, la stalla, e sopra, l’abitazione vera e propria con cucina, camere, con l’ingresso dal piano stradale più elevato apparendo come un piano terreno rispetto alla strada.
Questo tipo di casa è prevalentemente in pietra locale, grigia o rosa bianca a seconda delle zone dove è ubicata, comunque sempre nelle zone più montane.

3)Va menzionata a parte la casa a pianta quadrata con stanze piuttosto grandi distribuiti su due piani.
Sono poche ma molto belle, traggono origini dai più antichi casolari e dalle case padronali. Hanno particolari architettonici più dettagliati e non hanno la stalla al piano terra, anzi, in alcuni casi vi si trova la cucina mentre  le camere e la sala  stanno al piano superiore.

Il prospetto principale presenta una porta d’ingresso a forma di arco, con incisa la data della costruzione della casa e cornici in laterizio.
Tutte le volte che le ho viste ho provato sempre una sensazione di maestosità e concretezza. Sono adagiate sulla sommità di piccoli colli o in pianura e hanno il senso della prospettiva, con il medesimo numero di finestre su ogni lato. Indubbiamente sono molto affascinanti e  consiglierei di lasciare l’aia proprio come era una volta, perché nella maggior parte di casi hanno davanti un lastricato molto antico di pianelle in cotto

4) La casa a torre poi più avanti  trasformata a palombara ha lo stesso origini molto antiche, risalenti al 1500 e 1600, inizialmente costruita , nelle sue forme più arcaiche che risalgono al 1200 e 1300, a struttura di tipo militare. Inizialmente questa tipologia di case, presente più nelle aree interne e boscose era condizionata dal timore, peraltro fondatissimo, di costanti aggressioni e razzie.
La casa torre svettava sopra la vegetazione ad alto fusto e permetteva la vista delle colline vicine.
Gli ambienti interni seguivano l’identica logica delle altre tipologie: stalle e cantine al piano terra, stanze e magazzino ai piani superiori. E’ solo dopo il 1600 che la casa torre si trasforma nella casa colombaia o palombara, la torre diventa coperta e adibita a rifugio dei colombi.
Questa tipologia di casa rappresenta il modello più ambizioso tra le case poderali e quindi anche il più costoso ma la sua persistenza nel tempo dipende anche dal fatto che l’allevamento dei colombi viene apprezzato oltre che per la sua carne anche per la produzione del concime ritenuto un ottimo fertilizzante.

5) Un’ulteriore capitolo si estende per la casa a bigattiera, diffusasi intorno ai primi dell’Ottocento. Dovuto anche al fatto che intorno a Jesi si sviluppano le manifatture per la lavorazione della seta, presenti qui in numero notevole. (Grazie a queste manifatture,le “ filande”  dove molte donne trovavano impiego, si è sviluppata un certo tipo di musica popolare che oggi è ritornata alla luce grazie allo studio e alla ricerca di Gastone Petrucci e il gruppo de ” La Macina“. People who know this type of folk music know what I am talking about, this band is famous all over Italy).
Chi ama il genere folk sa bene di cosa parlo, questo gruppo è diventato molto famoso in tutta Italia)
Di queste case ne restano  molte forme e varie  grandezze. Qui ne fotografo solo una , altrimenti non c’è spazio.
Nei regimi mezzadrili la coltivazione del bigatto, il baco da seta, permette di utilizzare la manodopera dei fondi nei periodi dell’anno in cui l’attività agricola risulta ridotta.
Così si costruiscono diverse tipologie di case con bigattiera rialzata a pianta centrale o laterale anche se la più comune risulta quella a pianta centrale, in genere è sovrapposto alla cucina.
Le case a bigattiera presentano il più delle volte timpani e di una  porta finestracaratteristica, in posizione centrale, con architrave ad arco e ringhiera.Le finestre sono ampie per dare maggiore areazione e provviste di scuri al fine di impedire un forte soleggiamento della stanza nelle ore centrali del giorno, altrimenti il baco ne verrebbe danneggiato.

6) Un’ultima menzione va alle cosiddette case di terra. Le case di terra sono costruite con materiali molto poveri, come la terra e la paglia. Questa tecnica era molto diffusa in quei tempi Ma queste case hanno subito una continua distruzione, sia a causa dell’abbandono delle campagne sia perché ritenute simbolo di povertà.
Anche qui vanno fatte due distinzioni: la casa di terra del piccolo proprietario e la casa di terra del bracciante. Nel primo caso la costruzione è indipendente.
Sulle case di terra ci sarebbe molto da dire. Singolare è il loro modo di essere costruite e meriterebbe per questo un discorso a parte.Numerosa è la bibliografia a proposito di questo tipo di case.
Veniva usato un composto fatto di terra e paglia , la lavorazione veniva eseguita soprattutto in primavera e in autunno perché altrimenti il caldo avrebbe seccato troppo così come l’eccessivo gelo dell’inverno. Si usavano per la maggior parte delle volte delle casseformi nella quale si metteva il composto di terra e paglia oppure si realizzavano dei blocchi di terra squadrati e si poggivano uno sopra l’altra proprio come delle pietre a secco. La copertura era fatta di una graticcio di canne disposto su travi di legno sulla quale si stendeva uno strato di terra e paglia e poi si poggiavano le  normali tegole in laterizio.
Le uniche case di terra rimaste, anche grazie alla Sovrintendenza ai Monumenti , sono a Serra dè Conti e a San Paolo di Jesi. Sono state ristrutturate e possono essere ammirate in tutta la  loro semplicità di fattura.

 

In conclusione ho cercato di sintetizzare il più possibile le diverse tipologie di case in modo da rendere edotto il visitatore che viene a cercare una casa colonica dalle nostre parti per venirci a vivere o per passarci una parte dell’anno. Non ho voluto intenzionalmente fare una ricerca più approfondita perché non trovavo che questo ne fosse il luogo più adatto, ma spero di aver in qualche modo suscitato in voi un interesse e sono sicura che, in futuro, quando vi troverete davanti una casa rurale, cercherete subito di darle una definizione più accurata, vi porrete delle domande come ho fatto io, cercando tracce e testimonianze di un passato che non può più tornare, ma che comunque grazie a  tutti  noi  può mantenersi nel tempo futuro ritrovando una diversa, certo più serena, funzione abitativa.

Lorenza Cappanera, sociologa e appassionata di storia.

 

Sergio Marinelli – architetto e progettista, esperto  di storia dell’ architettura rurale

 

 

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