“La vita è un lampo” – seconda puntata

“La vita è un lampo” – seconda puntata

 

Dopotutto  quella casa  mi aveva portato fortuna, dato nuova linfa e voglia di ricominciare. Anche nel lavoro mi sentivo meglio, più motivato, con continui atteggiamenti di scherno tra  i colleghi e voglia di cazzeggiare. Tutti dicevano che questa casa mi aveva fatto bene. Mentre all’inizio:

– Nelle che? Nelle Marche??? E che ci vai a fare  laggiù?- Poi mostravo la foto, il prospetto centrale semidiroccato e loro mi guardavano ancora più preoccupati.

– Ma sei fuori…….no, sei proprio fuori….- ma in fondo la cosa li intrigava.

Non so da dove prendessi tutta quell’energia, sono sicuro  pero’ che io e la Gertrude , questo era il nome della casa che avevo trovato sulle vecchie mappe catastali, ci siamo piaciuti e aiutati  sin da subito. Era difficile da spiegare e io ero ancora nella fase di stordimento, quando  percepisci solo che niente e nessuno sarà  mai più come prima ed è tutto quello che sai per il momento.

 

Lascio Milano e in autostrada vado  veloce, stacco persino il telefono. Macino chilometri in compagnia della mia musica, cercando di non pensare. Pensare mi avrebbe caricato d’ansia e non volevo avere sorprese  durante la guida. Ero stato il classico nevrotico, in passato, con fobie da incapacita’ di dominare il mezzo, attacchi di panico improvvisi, sudori freddi  e tachicardie senza reali problemi di cuore.

D’ altronde potevo anche starmene sereno. Ero  stato appena dal medico , le analisi avevano dato esito negativo e mi sentivo sollevato anche se lui alla fine mi dice :

– Se coooo ntinua co cosi, mi- mi -mio o caro fa- fa- rai bum!.- -In che senso?-  ho chiesto, meravigliato dal suo parlare  contraddittorio-  ma  se hai appena detto che sono sano come un pesce.-

–  Non c’è piuùùù  ma- ma- lato di- di u- uuu -una persona saaaa- na.-  mi ha risposto con un ghigno sinistro – hai qualcosa che non so definire, miiiiii sssspiace, a vvvvolte come me – medico mi sento proprio un fraaana. – aveva concluso stringendomi la mano – vai- vvvvia da qui se puoi per un po’, caaaambia ariiia .- Io non so. Non avevo mai fatto grande affidamento sul mio medico generico della mutua con le visite scandite perfettamente a tempo di un quarto d’ ora al massimo, la montagna di scatole di farmaci sopra la scrivania, la valigetta semiaperta piena di aghi da medicina alternativa cinese, sempre in bilico tra oriente e occidente, rimedi omeopatici o cure tradizionali.  Ma ero  stanco dei medici  di successo, avidi di denaro, da pacca sulla spalla finale, sorriso a denti stretti e soluzione apparentemente semplice e quanto mai inefficace. Almeno questo era gratis.

E devo dire che  le sue parole avevano colpito nel segno. La notte seguente non avevo chiuso occhio e deciso che era vero:  mi  sentivo stanco anche se non malato. Era tempo che cambiassi aria.

 

Delle Marche me ne aveva parlato un mio amico, aveva una ragazza di Ancona e al ritorno  a Milano mi faceva il rendiconto dei posti che aveva visto e  girato.  – Ma io dico che siamo una razza di ignoranti noi milanesi, sempre lì a tirarsela con la Liguria.  Ma non hai idea di quello che ti ritrovi al tramonto.  Stai li tra le colline   e ti sembra di essere in pace con il mondo  – In seguito si era comprato la moto. – Devi andare Michi,  non hai idea guarda.-

 

In effetti dopo l’acquisto della casa percepivo la differenza e il cambio di prospettiva fra il prima e il dopo, la voglia di staccarmi da tutto senza quasi timore dei tempi  vuoti, anche se con crisi di astinenza ad intervalli più o meno regolari. Qualche volta, specie la sera, mi mancava la gente, le uscite al bar sotto casa, gli incontri da bicchiere in mano con facce senza espressione, né rughe, né desideri di cambiare il mondo. Ma era solo questione di allenamento. Lentamente ero diventato un altro, lontano da ogni contatto con ogni sorta di stress emotivo con risvolti pseudo sentimentali  in fase di esaurimento, la mia ex moglie ormai sempre più preda di crisi mistiche, amica di un santone che le impartiva lezioni di vita in stile new age, l’ ultima volta che ero andata a trovarla aveva la casa illuminata da candele accese in pieno giorno, le serrande abbassate, e lei  , avvolta in una tunica verde smeraldo, mi aveva aperto con un tono di voce amorfo, mentre io le spiegavo che Dik, il golden retrivier di due anni che avevamo scelto assieme, erano quasi due giorni che piangeva in giardino e Paola la mia amica/ vicina con la quale ero cresciuto, mi aveva chiamato perché “c’ era qualcosa di strano, per favore vieni a vedere.”

 

Dopo la separazione avevo lasciato che Marika rimanesse a vivere nella mia villa di famiglia, mi sembrava l’ unica cosa da fare dopo quello che era successo: la scoperta di un’ altra relazione con una più’ giovane di venti anni non l’ aveva presa bene ed era più che comprensibile ora la sua reazione di avvicinarsi  a dottrine pseudo mistiche,  speravo che non andasse del tutto fuori di testa, perché era ovvio che mi sentissi ancora responsabile, ma altrettanto avvertivo che potevo fare poco o niente. Il cane non mangiava da giorni, l’ avevo quindi preso con me e deciso che avrebbe fatto di nuovo parte della mia vita. La mia ex moglie fu completamente indifferente alla cosa. Dik  le ricordava il matrimonio fallito e soprattutto la mia malaugurata persona.

La risposta laconica venne da un viso inespressivo : – Prenditelo. -mi disse – portatelo via se non lo vuoi vedere morto.-

 

E quindi adesso ero solo, a quasi cinquantanni, sì certo anche se con Dik , che tra l’ altro sembrava essersi ripreso molto rapidamente per fortuna. Ero solo ma senza nessuna voglia apparente  di rimettermi in discussione, libero da legami e decisamente fiero di esserlo, tuttavia cosciente di provare e soffrire di una insopprimibile solitudine che mi riportava agli anni bui, come li chiamavo io, quelli di quando ero un triste e insofferente bambino di sette anni che aveva visto morire i suoi nonni e d’ improvviso trasportato nella casa di famiglia dove  vivevano i genitori e i fratelli più grandi e il senso di estraneità provato  nonostante i vari tentativi di acclimatarsi all’ ambiente e alle persone, la sete di amore e l’ incapacità mista ad illusione di rendersi conto che ero solo uno di troppo, fuori dalle loro dinamiche di famiglia ormai nella seconda fase di adulti con figli adolescenti/maturi  senza nessuna voglia di adeguarsi ai miei ritmi anzi con le assurde pretese che io mi adeguassi ai loro, perché mi perdevo in un bicchier d’acqua, perché non ero abbastanza sveglio, né sufficientemente adeguato e troppo timido, consolato e deriso al tempo stesso, e infine giudicato freddo e anaffettivo, specie dopo aver saputo direttamente da mia madre che non ero mai stato cercato, anzi più volte condannato a morte  prima di nascere, e senza nessun amore venuto al mondo, come per grazia ricevuta. Notti insonni a contemplare  il soffitto bianco e inespressivo della mia camera da letto  e in seguito  l’ assoluta inadeguatezza nell’ affrontare le relazioni piu’ disparate. La timidezza mista a spavalderia e la paura insopprimibile di chiamare le cose con il loro nome mentre una parte di me avrebbe voluto da tempo farlo.

– Ti piacerebbe eh,  che tutti pensassimo a te? – mi aveva detto secca  mia madre una volta  – ma qui per te non c’è tempo né modo, bisogna che ti adegui.- Qualcuno, a mezza bocca, mi aveva definito il bambino più solitario dell’isolato, un gruppo di eleganti ville stile Liberty dei primi del   Novecento  abitato da una decina di famiglie della Milano bene. I mie genitori  sempre impegnati nell’azienda di famiglia , gli affari che andavano bene nel clima del post boom anni sessanta, i miei fratelli ormai semi adulti immersi nelle loro relazioni di studenti liceali, presi dai vestiti, dalla moda, dalle diete ipocaloriche e dalle feste a tema.

A volte mi immergevo in un mondo tutto mio dove nessuno entrava, mi chiudevo in camera ad ascoltare musica, vedevo la gente passeggiare sotto le finestre, li vedevo ridere e abbracciarsi mentre  ascoltavo  non ascoltavo i discorsi concitati della stanza accanto, mia madre che litigava con mio padre, le voci che si alzavano, rumori sordi di mobili spostati, di vetri rotti, di porte sbattute. E la paura di  non trovare più nessuno, essere  di nuovo solo in quella grande casa fino a notte fonda.

 

 

Avevo intuito solo il bisogno di concentrarmi e fare qualcosa nella mia vita che fosse solida  e duratura e deciso di ri-cominciare   ri- costruendo materialmente le fondamenta di quella  casa, che quando mi apparve, quel giorno afoso d’estate, abbandonata e derelitta sulla sommità della collina, mi sembrò di trovarmi per la prima volta a tu per tu con la mia anima. Aveva visto come me correre i ragazzi e i bambini , gli uomini discutere, le donne  lavorare, cucinare, persone litigare, mangiare, sorridere e morire. E come me era rimasta sola. Eravamo nella stessa condizione. Avrei voluto abbracciarla con affetto e gratitudine  e detto che da quel momento in poi ci saremmo fatti compagnia a vicenda, ma come si fa a parlare ad una casa? Di contro avrei voluto chiamare il medico e dirgli che cambiare aria non mi stava facendo affatto bene e che non si può pensare di parlare alle pietre perché quella è’ la via sicura verso il manicomio. Invece respiro a fondo e sorrido, mi sento stranamente a posto nel posto giusto, faccio un giro attorno alla casa mentre ascolto il rumore dei miei passi nell’ erba alta e incolta della corte accanto alla grande quercia e le cicale smettono di cantare, mentre dall’altra parte della collina ammiro lo sfondo immobile delle curve appenniniche e mi chiedo dove mai ho visto un panorama simile, con un apertura alare quasi che mi vien voglia di mettermi a volare e poi distrattamente giro l’occhio e scorgo qualcosa gettato per terra, sembra una pietra con inciso  qualcosa e mi avvicino , curioso, per raccoglierla. C’ e’ scritto “La vita è un lampo”.

E mi sembra il primo messaggio d’ amore che ricevo dalla Gertrude.

 

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