La vita è un lampo V puntata

La vita è un lampo V puntata

La mattina seguente mi alzo di buon’ ora. Non amo farlo ma con un semi infermo dal  lamento perenne in casa e’ praticamente inutile starsene a letto, tanto vale fare qualcosa. Simone poi necessita di cure continue,  un momento  chiede l’ acqua,  poi dice di avere il batticuore e un momento dopo sente di avere la febbre con continue vampate di calore intervallati  da  brividi di freddo.

 

Especinquanta

Non lo ricordavo cosi’  suggestionabile. È’ pure vero che dopo  la morte dei genitori  penso sempre  che in lui si sia fermato qualcosa che non ha sviluppato  ma è’ rimasto a meta’ percorso tra battute d’ arresto e dinamiche  rimosse per puro istinto di sopravvivenza. Ricordo i suoi tentativi di dimostrarsi forte, la sua ammirevole capacita’ di sorridere  nonostante  la perdita improvvisa del padre e poi, solo qualche mese dopo, il suicidio di sua madre. Per qualche tempo era andato a vivere dalla  sorella ad Appiano ma poi aveva realizzato che era troppo lontano dal luogo di lavoro ed era ritornato a casa dei suoi in centro città’ nell’ ammirazione  di tutti noi amici di vecchia data. Solo io e pochi altri però’ avvertimmo la differenza tra il prima e il dopo, i continui cambiamenti di umore, gli  scoppi di risa seguiti da improvvise pause  di silenzio, lui che cercava di mostrarsi easy, come se niente e nessuno potesse scalfire la sua vita da  promettente playboy della Milano da bere. Avevo provato a toccare l’ argomento, considerato che prima o poi Simone avrebbe ceduto, che la cosa gli avrebbe fatto un  gran bene nel mentre che le nostre vite seguivano percorsi differenti ,  una volta ottenuta la maturita’ lui si era  infatti iscritto al Conservatorio e io a Economia e Commercio ma già’ alternavamo  gli studi con esperienze lavorative a tutto campo, nell’ ottica di incamerare  più’ esperienze possibili.

Sospiro. Tutto cio’ che desidero in fondo e’ nient’ altro che una pausa. Se potessi abbandonare il gruppo e ricominciare daccapo, come si fa in un social , invece che stare qui a spippettare e baratterare  la mia memoria  con un universo di personaggi morti e defunti o scomparsi da tempo che non fanno  piu’ parte della mia esistenza e che tuttavia riempie le mie giornate negli spazi vuoti tra un’ azione e l’ altra. .  Vorrei dire  basta, tempo , time out. Vorrei abbandonare il fardello in qualche apposito cestino  così come si fa con la spazzatura.

E allora vado in camera da Simone , cerco di tenerlo/ tenermi  allegro mentre ci raccontiamo delle storie di vita trascorsa, gli rammento la volta che siamo andati in gita con la scuola e la Gioia Carlini che non se lo filava per niente mentre lui le sbavava  dietro. – Ma alla fine me l’ data. – dice soddisfatto  – pareva che ce l’avesse solo lei e invece era come tutte le altre, anzi peggio.-

– Perché? Che aveva la Gaia Carlini di brutto?

– Fiatella. Aveva un alito che tramortiva ecco perché teneva  le distanze! Te lo dico io –

L’atmosfera si è fatta più rilassata. Simone sbadiglia e si gira di fianco. – Provo a dormicchiare un po’- dice –  Il ginocchio mi fa meno male ora.-

Al contrario a me il sonno e’ partito del tutto. Allora vado in cucina , mi preparo   il caffe’ e mentre lo bevo   guardo fuori della finestra, vedo Tonina aprire il cancello e poi entrare in casa.  – ‘ Giorno  dotto’ come sta  issu? –

– Dorme. Ha scassato tutta la notte e sono a pezzi. –

– Oh dotto’ –  mentre si mette il grembiule – me dovevate chiama’  no’ che ce pensavo io! Ora andate a riposare un po’ anzi prima vi faccio un caffe’.-

– No Tonina sono a posto. Pero’ hai ragione visto che c’e’ un momento di calma approfitto per buttarmi sul letto.- Faccio appena in tempo a finire la frase che suona il campanello.

E chi puo’ essere? Sono appena le sette.

 

barbarabella

– Lara Ghisolfi, buongiorno. – dice la voce al citofono – Sto cercando Simone Strali, e’ qui? – Sento che vorrei subito dirgli no, che ha sbagliato. Io sono Giorgio Cevoli punto.

–  Tanto lo so che e’ li perche’ vedo la sua auto. Mi faccia entrare che  sono anche stanca, ho guidato tutta la notte e il bambino vuole mangiare.- Premo sul tasto ” open  ” mentre decine di immagini e scenari possibili mi si parano davanti, cerco d’ urgenza  una tecnica per salvare il salvabile ma non mi viene in mente niente dato che sono stanco anch’ io. Poi  lei arriva sulla soglia ed entra in casa nel modo piu’ naturale che abbia mai visto. Saluta Tonina  e siede sulla seggiola della cucina, ha il bambino in braccio che dorme e mi porge una bottiglia di latte , mi chiede : – me la scalda? – E subito mi sembra il meno che possa fare ma Tonina me la toglie di mano  – dia qua dotto’. – Allora mi siedo e la guardo ninnare.

Lei mi dice: -Mi scusi ma  sono  partita alle quattro di mattina, dopo una notte    insonne. Francesco ha cominciato a dormire solo quando l’ ho messo in auto. È’ come me ,  riesce a calmarsi solo quando e’ in movimento, io  non ce la faccio a stare ferma in un posto a lungo- si guarda intorno mentre il bambino comincia a muoversi e a svegliarsi. Lei  dice:   – bello qui, mi piace. –

Ha i capelli castano chiaro e gli occhi verdi , cerchiati dalla stanchezza, belle labbra carnose. Piccola di statura ma proporzionata. Di eta’ fra i venticinque e i trenta.

Ha un modo di fare in apparenza sommesso, quasi rassegnato. Ogni volta guarda il bambino e poi sospira, offre un profilo ostinato, ha grande carattere invece e si respira a pelle. Penso a Simone e come deve essere stato per lui conoscerla, i gesti e i suoi modi di fare  semiseri, tra il vago e il profondo. Mi pareva di vederlo con il suo tipico approccio , lo stesso di una vita  basato su tecniche di seduzione ad effetto, il ciuffo cascante di lato, la faccia che si piega  mentre osserva la donna in obliquo e fa boccuccia. Aveva questi metodi infallibili a suo dire e nella maggiornanza dei casi lo erano sul serio. Bruciavo  dalla curiosita’ di chiedere a Lara che cosa ci aveva trovato in Simone, ma ero  sicuro che mi avrebbe risposto nel modo che mi rispondevano tutte , di solito. ” Ci fa cosi ridere. E’ cosi simpatico! E’ un cucciolone!”

Il cucciolone più arrivava tardi agli appuntamenti e ai ristoranti non pagava mai il conto, più queste impazzivano e lo postavano su facebook.

La maggior parte delle volte ne avevo riso anch’ io. Stavolta no, stavolta non so perché ero rabbioso.

– Ti ho trovato  con questa app. – mi fa Lara  mentre mi mostra lo schermo del telefonino. – Ormai siamo tutti sotto controllo, come nel grande fratello.-

– Ma Simone dov’e? – chiede nervosa – sta ancora dormendo? Non e’ che mi ha visto da lontano e se l’e’ svignata a piedi ?-

– Non potrebbe neanche se volesse. E sul letto con una gamba dolorante. Stiamo aspettando il medico da un momento all’ altro. Ieri sera si e’ fatto male ad un ginocchio e stanotte si e’ gonfiata tutta la gamba. Lui non vuole andare all’ ospedale, dice che ha paura.-

– Sempre il solito coglione. Tanto figo e poi se la fa sotto.-

– Uhm. Vedo che lo conosci bene.-

– Non lo conosco bene, l’ ho inquadrato. E’ un vile in tutti i sensi. – Arriva una macchina Tonina dice : – Dotto’. C’è mi marido che è fori per pià a prende l’ amico suo, che famo, lo portamo  all’ ospedale ? –

– No Tonina viene il medico.-

Il marito di Tonina entra in cucina e saluta e guarda subito il bambino. È’ incredibile come riesca subito  a catturare l’ attenzione di tutti.

– E il bambolotto, come se chiama?-

–  Si chiama Francesco-

– Francesco? Che bellu stù nome! I’ fame Francesco? –

–  Eh si! Non ho molto latte, devo per forza integrare ormai. –

– Che tempu  c’ha?-

– Tredici mesi.-

– Beh ma e’ normale – dice Tonina – Mì nora  ha smesso dopo si mesi! Era sicchitta  come nà pera vvizzita!-

– Noooo,  io no come si può notare. Ancora allatto!- Dal corridoio si avverte un urlo secco seguito da una sequela di improperi in sottofondo.

Ci guardiamo negli occhi completamente immobili incapaci sul da farsi. – Adesso richiamo il medico. –

– Vado da lui – dice Gaia. La fermo giusto in tempo – non mi sembra il caso. e’ gia’ abbastanza agitato di suo- dico mentre le tocco il braccio. Lei mi guarda diretta negli occhi pronta a scaricarmi una serie di accuse di rimando. Non devo interferire nella sua vita, Francesco e’ pure figlio suo e Simone deve assumersi le sue responsabilita’ e non ha percorso quattrocento chilometri per nulla.

Si ma non e’ questo il momento. Simone  ora sta  male.

– Tonina chiama l’ ambulanza – dico – la situazione sta decisamente peggiorando.-

 

 

Milano non mi appare più cosi’ stressante a questo punto e forse farei bene a cambiare aria . Con il passare dei giorni e la Gertudre riempita dei giocattoli del bambino e Gaia che se ne stava li tra pappe e bagni in piscina aspettando la guarigione di Simone, anche se non ero più’ del tutto sicuro, mi sembrava di essere quasi di troppo. Avevo informato Simone del nuovo stato di cose e lui aveva risposto con un serafico : – Che vuoi che faccia?Tanto sono qui al gabbio.”
Gaia aveva fatto amicizia con Tonina, la quale sembrava essere stata rapita  dal bambino, non c’era giorno che non portasse  un giocattolo, una torta, una maglietta acquistata al mercatino del paese.

Io del resto non  avevo cuore di mandarli via mentre cominciavo a progettare la mia fuga, una vacanza, il ritorno a Milano o  l’ immersione totale nel  lavoro.

L’ occasione era sortita  da una telefonata di un  mio amico e socio di  azienda che era solito chiamarmi  nei momenti di pura crisi. – Dobbiamo vederci. C’ e’ una proposta di lavoro singolare.-
– Vieni qui dai.- gli faccio. Realizzavo che nonostante la voglia di partire faticavo a riprendere il volo.  Ci incontriamo in Ancona, sorta di zona neutra che mi permette di non abbandonare ancora la Gertrude ai pannolini  e a una Tonina sempre piu’ in preda ad una maternita’ di ritorno.
Incontro Paolo Tarsi in un bar del porto,con tutta l’intenzione di scuotere il  milanese creatore di eventi mostrandogli un luogo bellissimo ma totalmente privo di iniziative. Gli avevo dato appuntamento in un baretto gestito da giovani tatuati, la musica a manetta e un paio di cani liberi e gironzolanti fra i tavolini ad annusare gli avventori. Ci sediamo all’aperto, la luce del sole pomeridiano rifletteva sullo squarcio di mare tra le banchine.

C’ era un odore acre di alghe provenienti dagli scogli dietro il molo che mi ricordava le estati dai miei nonni a Venezia. Ho visto lui guardarsi attorno e poi osservarmi attentamente negli occhi, leggevo il suo sguardo preoccupato di uomo a cui sta crollando un mito in un tempo troppo veloce per cercare di arginarlo.

E io ero del tutto nei miei panni, divertito dalla distanza che si stava creando tra me e tutto ciò che lui rappresentava e che mi aveva inghiottito in passato.  Ed eccomi chiara la mia riluttanza a partire.
Paolo Tarsi si tocca l’orologio nero e acciaio all’ultima moda. Si era fatto crescere la barba, aveva quest’ aria maschia che contrastava con l’ estrema raffinatezza, al limite dell’ effeminato, del suo gesticolare.

– Mi dici come hai fatto a scegliere questo posto? – mi chiede quasi inorridito  – non ti pensavo cosi agre.-

– Vedi quel molo laggiu’? Vedi in fondo quel murales con il viso di Monica Vitti? Qui ci hanno fatto le ultime riprese della ragazza con la pistola, quando lui Giuffre’ cerca di raggiungere la nave dove c’ e’ la Monica Vitti che va dal suo dottore, quello che la rende una donna normale e non una siciliana vendicatrice dell’ onore perduto. Te la ricordi? quando dice : bottana eri e puttana sei rremasta……Beh Monicelli ha scelto questo posto invece dell’ Inghilterra. –

– Ah si? – fa lui completamente disinteressato dall’argomento.
E io seguito imperterrito.
– Questa citta’ ha la particolarita’ di sembrare un’ appendice della Grecia non appena c’e’ uno squarcio di sole, ma se vengono lampi tuoni e fulmini sembra l’ isola di Wight o qualcosa che le somiglia. Ha colori strani, cangianti,  scorci bellissimi, che non trovi da nessuna parte . E tu potresti prenderne spunto.-
Dico convinto mentre lo guardo fisso  negli occhi e sollevo il calice di birra. – Prosit.-
– D’altronde-  proseguo rilassato –  Non mi risulta che Monicelli non s’intendesse d’ inquadrature.-

AnconaTorre001

Lui mi guarda di rimando e io:- Voglio dire, se ci ha pensato lui potremmo pensarci anche noi no? –

– Per fare cosa , scusa? –

– Non mi hai detto che devi trovare lo sfondo di un video pubblicitario? pensavi che ti parlassi a Milano di queste cose? Meglio vederle direttamente scusa, o no? –

– Ma parla di un liquore. Una cosa per aperitivi, io pensavo ad una spiaggia tipo Viareggio o sopra la scala di Milano-

– Fritte  e rifritte. Ti porto io in un posto magnifico , dài prendi la giacca che andiamo.- Arriviamo con la mia auto fino alle pendici di una collina dalla quale si ammirano le rovine di un anfiteatro romano, gli mostro quelle che erano le terme, sorta di grandi bagni piastrellati con mosaici centrali a cerchi concentrici, sopra palazzine popolari di meta’ Ottocento che ricordano la Roma dell’ anfiteatro Marcello. Vedo Paolo Tarsi non sapere più dove infilare gli occhi  per la sorpresa, cattura e incasella immagini gia’ pronte per scatti eventuali di video ancora piu’ improbabili.

faro-giorno

Gli dico: – bello eh? ma questo non e’ niente. e lo porto su per un sentiero tra cespugli di ginestre in fiore e piante di gelsomino, tentativi di progetti di giardini urbanizzati mai risolti, con panchine moderne in legno usurate dall’ incuria del Comune piu’ che da vandali metropolitani, e risaliamo su per il monte mentre scorgiamo davanti la grande distesa di mare che avanza man mano che avanziamo noi nella salita e infine giungiamo al monumento del vecchio faro, specie di gigante cilindrico in vecchi mattoni attorniato da mura in pietra d’ Istria, e sullo sfondo ora si vede tutto il mare preso dalla punta estrema del gomito che forma questa strana citta’ che si chiama ankon appunto che in greco vuol dire  proprio gomito.

La dimensione della citta’ in piano che avevi prima, la stazione e tutta la via che conduce  al porto scompare come di colpo, sei su un isola, su una lingua di terra che si protende  per la Grecia, sei gia’ in Grecia e non lo sai, ti sembra quasi di sentire Medea  che parla o i Dori che mandano messaggi orfici alle stelle.

Vedo Paolo Tarsi appoggiarsi ad un albero, appoggiarsi la giacca su un ramo e quando fa cosi lo so che dimentica le sue sovrastrutture fatte di anni di estrema cura nei dettagli di un se’ da proteggere.

L’ aria diventa una brezza che penetra dentro le nostre camicie bagnate di sudore per la scarpinata. Ma e’ vento salino che asciuga d’ un tratto, sospira e sibila dentro le nostre orecchie  e pare di ascoltare il rumore di una conchiglia. Il mare che parla non lo  avevo sentito mai come qui in questo luogo e volevo che anche lui lo ascoltasse. Avevo bisogno della sua opinione perche’ sapevo che se anche lui  entrava nelle mie stesse corde avremmo potuto far qualcosa e dunque chiedo : – ci siamo?- Lui sospira , si appoggia su un costone e guarda verso il mare, strappa un filo d’ erba da terra e se lo passa tra le mani. Muove la testa e le mani e annuisce incredulo e soddisfatto. Anche stavolta il suo mito non è affatto crollato e tiene tenacemente. Ha fatto bene a venire nonostante tutto.
Dice: – Si, decisamente – sorride – ci siamo. Ci siamo!-

faro-ancona-chiaragat_86

 

 

 

 

 

 

 

No Comments


Leave a Reply

Your email address will not be published Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>