la vita è un lampo – IV puntata

la vita è un lampo – IV puntata

Adoravo passeggiare tra i campi di girasole al tramonto. Tra i sentieri che avevo tracciato a forza di camminare e che nessun’altro dopo di me era venuto a percorrerli mi godevo la prospettiva delle colline e delle montagne sullo sfondo, in un gioco di chiaroscuri di cui perdevo il conto. In perfetta solitudine m’ immergevo nell’immagine istantanea, provavo a fissare un punto nell’orizzonte e mi concentravo, come applicassi una lente di ingrandimento; ad esempio scorgevo il contadino scendere dal trattore finito di arare il campo e poi il cane abbaiare al gatto, un’auto seguiva il crinale finche non raggiungeva una casa, probabilmente la sua, una donna che usciva fuori da un fienile e gridava – qui hanno l’abitudine di parlare a voce alta – “Oh! Si rrivatu? Chiude le galline che la cena è pronta!” Un bambino giocava a pallone nell’aia, mentre una bimba se ne stava ferma sul ciglio delle scale in uno stato di attesa apparente. Da queste parti chi è rimasto non ha perso il contatto con la terra, magari svolge anche un altro mestiere ma seguita a coltivarla. E questo essere attaccati al luogo, questo seguitare a vivere là dove sono nati i genitori e i nonni, e forse anche i bisnonni, ha qualcosa a che fare con le radici e con le piante. È gente concreta, che va subito al sodo. E per me, abituato a sognare sin da bambino, a vagare con la fantasia in una sorta di volo perenne, rappresentava qualcosa di misterioso ed avvincente. Per la prima volta in vita mia facevo qualcosa di metodico che assumeva le sembianze di un gradevole rito: verso le otto di sera mi addentravo nei campi e cominciavo la mia passeggiata e, quasi senza accorgermene, raggiungevo un punto nel quale mi sembrava di essere diventato tutt’uno con la terra, ne sentivo il suo respiro e l’odore che saliva dalle zolle a tratti aride e argillose, a tratti impregnate di acqua e cosparse di vegetazione, mentre il rumore dei mie passi, dei grilli, delle upupe e dei merli in lontananza si dissolveva nel canto divino del cosmo, illuminato dagli ultimi raggi del sole. Così, lentamente, mi spogliavo dei problemi che da troppo tempo indossavo come un secondo abito; la fatica dei miei anni scivolava via assieme agli errori del passato, tutto quello che ero non esisteva più, m’immergevo in un vuoto/pieno in cui era piacevole vagare. Senza luogo e senza tempo.  Né vecchio né giovane. Ed era una dimensione nuova a ben pensarci perché a Milano mi vedevo sempre più circondato da orde di giovani pronti a soffiarmi la poltrona al solo alzarmi per un caffè al bar. Forse era per questo che non sopportavo più quella città, nonostante fosse in discreta ripresa dopo anni di depressione economica e morale. Stava diventando troppo stressante e trovare rifugio tra questa terra e questo cielo mi ricaricava di energia. Avevo fatto in modo di organizzare le mie vacanze nel periodo di giugno, ma sin dall’inizio sapevo che avrei prolungato il periodo. Quella sera però non riuscivo a concentrarmi del tutto, e soprattutto, godere della vista del sole che si scioglieva sulle colline, pensavo a Simone e a suo figlio e all’incapacità di sentirsi padre, il voler essere sempre adolescente ad oltranza, alle persone che nascono genitori e quelli che restano figli per sempre . La vita mi sorprendeva sempre, come al solito mescolava le cose e le lasciava in totale disordine  ma l’amarezza ,che avrebbe potuto prendere il sopravvento su di me facilmente, non riusciva più ad attecchire del tutto. Ero finalmente felice  o semplicemente diventato più saggio? Mi fermai a respirare profondamente. Calma. Simone e la sua vita non sono un mio problema. È un mio caro e vecchio amico ma ciò che combina non mi riguarda, mi dicevo, mentre sentivo il suo fiato alle spalle farsi sempre più corto. – Bello qui, davvero – mi dice, ansimante – ma dove stiamo andando?- – Mah… – pausa – non lo so nemmeno io, mi sa che ci siamo spinti troppo oltre. Torniamo indietro. Lui si ferma e mi guarda. Ho detto: – Torniamo indietro. E lui : – Perché? Si sta così bene qui. Come al solito ero irritato dalla sua incapacità di comprendere le situazioni. – Penso che stiamo per addentrarci in una proprietà di gente che non conosco – sentivo un abbaiare in lontananza che diventava sempre più vicino – inoltre potrebbero anche esserci dei cani poco amorevoli – replico nervoso, e nel mentre arrivano dei bassotti scodinzolanti che ci accerchiano festosi. Simone replica ridendo : – Beh … questi sono amorevolissimi – si china verso di loro e li accarezza – tesoriiiiii ! Ma come siete belliii! Guarda qua, io adooooro questi batuffoloni. Venite qui da papà, su belli, qui. Chissà di chi sono, tu proprio non conosci ? – mi chiede preoccupato. – Non conosci i tuoi vicini?- Faccio cenno di no mentre rimango basito dal suo modo di fare. È incredibile quanta grazia mette nei suoi gesti verso gli animali. – Non sono poi così vicini Simone, la distanza è da una collina all’altra, come puoi vedere. Nel mentre appare da dietro un cespuglio una donna alta e bionda . – Chi è voi?- ci domanda nervosa in un italiano stentato e con accento duro, da straniero. – Ci scusi signora – faccio io cercando di tranquillizzarla – abito nella casa su in alto, a Colleluce. Abbiamo fatto una passeggiata e siamo arrivati fin qua senza volerlo. Ci scusi se l’abbiamo disturbata. – Oh no! Nessun disturbo! – dice lei più gentile – buoni buoni su! – rivolta ai cani – sitz sitz! – ma non c’era verso di calmarli, anche perché Simone si era messo a giocare con loro e li stuzzicava. Lei piega la testa d’ obliquo, come per dire: – Il suo amico è un gran bambinone – Io la guardo e sospiro. – Ora ce ne andiamo, vero Simone?- La donna dice : – ma no! prego venite nella mia casa a bere un caffè, è la prima volta che ce incontramo- – No, grazie, ci scusi – faccio io – non abbiamo ancora cenato. – Ma si dài – fa Simone – e mi guarda strano – volentieri, grazie! – Allora un aperitivo. Venite. Dobbiamo festeggiare l’incontro. Finalmente la conoscio – mi tende la mano per stringermela – piacere Ursula. – Giorgio – Simone – Benvenuti allora – dice, stringendoci le mani – seguitemi, prego. Ci dirigiamo verso il sentiero che conduce alla sua casa, attraversiamo il viale di rose in fiore che emanano un profumo acre , il giardino è da fiaba , vedo fiori dappertutto. Questi stranieri hanno sempre il pollice verde , mi dico, mentre ammiro en passant un cespuglio di sterlizie circondato da una radura a macchia bianco arancio che non conosco. Mi verrebbe voglia di chiederglielo ma mi trattengo, con Simone accanto che seguita a giocare con i cani e fare baccano non vorrei apparire come un invadente attacca bottone difficile da smaltire. Tra l’altro mi pareva che lei sapesse già tutto di me mentre io no e questo già mi faceva sentire un disadattato, una specie di orso incapace di comunicare con il mondo. Collego mentalmente lei all’auto con targa tedesca che di rado vedevo inforcare la strada che divide la mia prima di arrivare a casa e realizzo la sua figura, dapprima mescolata a quella dei tanti barbari che hanno invaso questa regione. La campagna prolifera di crucchi e olandesi che saltuariamente, quando scendevo al paese, vedevo radunarsi ai tavolini del bar all’aperto in maniche di camicia e rossi dal sole, malgrado il pieno inverno, a bere birra e vino in quantità smisurata. E ora, pensavo, chissà quanto vino avrei dovuto sorbirmi, prima di congedarmi dalla sua “gemuglichkeit”. Entriamo nella casa irradiata da colori giallo arancio, decisamente il suo colore preferito, ne convengo. Ha una fila di pinte di diversa forma e misura sopra il vecchio trave di quercia, che non funge più da sostegno. La cucina sembra traslata di fresco da una malga tirolese, abete e cuori dappertutto, i cuscini a scacchi rossi e bianchi infiocchettati di lato. Di colpo vorrei cantare uno yodel, non sono più nelle Marche, passo mentalmente alla dogana e mi riempio di speck e formaggio. È incredibile vedere come sia difficile abbandonare le proprie origini una volta travalicati i confini del proprio paese. E davvero è un sentimento d’invasione quello che appare, che non tralascia il proprio ego nemmeno un secondo. Sorrido, mentre Ursula mi chiede se desidero vino o birra o… uno spritz forse? Vorrei dire nessuno dei tre. – Vino, grazie. – Bianco o rosso?  – Bianco, grazie. Prepara una tovaglietta a scacchi dove appoggia un tagliere di salumi vari e pane di casa, scuro ai semi di girasole. Simone chiede – Una birra fresca, grazie. – Volentieri! – Prosit ! – Salute! – Cin Cin! – Prego, mangiate qualcosa.- Simone si avventa sul pane e formaggio e olive, sembra che non mangi da mesi. Arraffa tutto con una velocità che imbarazza. Gli do uno spintone e lui fa ahia! E dice mi fai male, ma almeno smette di apparire un cavernicolo. Lei ride probabile come ridono sempre gli stranieri di noi italiani, piccoli bambinoni cocchi di mamma mai cresciuti. Vorrei morire qui. Una volta bevuto il primo bicchiere anche lei sembra  più rilassata e mi fa: – Lei mi fa impazzire, lo sa? La guardo di stucco. – In che senso ? – Lei ha la casa più bella della zona! Nella posizione più incantevole! Io volevo la sua casa quando sono venuta qui ma allora non la vendevano. Io ne conoscevo un’altra di versione, direttamente dal proprietario. Ovvero dei tedeschi avevano offerto un prezzo più basso e lui il contadino si era talmente offeso che non voleva più vendere a nessuno. Acquistarla non è stato facile, all’inizio fingevo di andarlo a trovare per tutt’altri motivi: il vino, gli ortaggi,le uova fresche. M ’intrattenevo con lui a parlare del più e del meno, argomenti come il tempo, il caldo afoso, di com’era la vita una volta da queste parti, cosa che lo rendeva felice, vedevo la sua espressione mutare di volta in volta, dapprima gli ero apparso come il solito foresto con la puzza sotto il naso, complice la mia quattro per quattro di notevole cilindrata,poi si era accorto che i suoi racconti di vita interamente trascorsa tra queste colline mi interessavano davvero, non era solo gentilezza la mia, era come attingere ad una fonte, assorbivo il suo amore per questa terra e io riacquistavo  lampi di vita. Conosceva tutto del suo podere: le grandi querce a valle che delimitavano i fossi e dividevano i suoi campi da quelli degli altri, un giorno era appena tornato da un lavoro di potatura d’edera che stava asfissiando la quercia più grande di tutte, un’altra volta dato il ramato ai peschi, poi doveva rafforzare il recinto delle galline per proteggerle dalle faine, e io ammiravo quest’uomo di oltre ottant’anni, ancora forte come un toro e lo paragonavo ai miei, sempre chiusi tra quattro mura a guardare la televisione. Poi un giorno gli confessai che stavo cercando una casa dove vivere e lui mi disse : – Ce sarebbe la mia – in un sorriso senza denti che mi commosse. E capii che le voleva davvero bene come a una figlia e come tale voleva darla in sposa non ad uno qualsiasi. – Si chiama Gertrude ed è la più bella casa mai vista, sai? – Ah si? E perché si chiama così? – Perché me ricorda mì nonna. Era bella, alta e forte come ‘n toro. Je volevo un gran bene. È più bella de mi moje sai ? La voi véde? Io conoscevo tutto di quella casa, tuttavia mi lasciai condurre dalla sua guida. Gli offrii la cifra che voleva, neanche un centesimo di meno e fui felice come una pasqua. Però arguii  che se volevo imparare a fare affari sarei dovuto andare a lezione da lui, che l’anno dopo  si ammalò e in poco tempo passò all’altro mondo. Mi era dispiaciuto perché avrei voluto mostrargliela rinnovata, o forse non avrebbe retto all’urto, non so, forse è andata come doveva andare. Mi ridesto dai miei “à rebours”  quando Ursula seguita a commentare. – Lei è stato moolto fortunatoo – dice alzando di un tono la sua voce – ora è bellissima complimenti. Sembra un quadro di un secolo fa. È stato molto bravo a restaurarla così. – Ah io lo dico sempre che Paolo è fortunato. – fa  Simone – gli vanno sempre tutte dritte le cose, –annuisce – uno dei pochi. Poi mi guarda e abbassa il tiro – Beh, non proprio tutte, qualche volta va male anche a lui.  Pensava forse alla mia ex moglie, gli lancio uno sguardo a metà fra il seccato e il dopo ce le diciamo. Tutta la situazione è inverosimile, con i cani che ci annusano, Simone che si complimenta con Ursula per la sua casa, già al terzo bicchiere di birra sembra conoscerla da sempre la mia vicina, si mette a parlare del più e del meno con una naturalezza che mi rende nervoso e allo stesso tempo sento la televisione accesa e qualcuno che cambia canale mentre Simone domanda ad Ursula come mai vive sola. – Ma non vivo sola! C’è il mio ex marito di là che guarda la Tv. Lui molto malato e io ospito lui di tanto in tanto, così ha aria buona. Il telefono di Simone squilla, lui lo prende risponde ed esce in giardino dice scusate e poi urla – Cosa vuoi?-  Una situazione assurda. Ero in cucina senza sapere cosa dire e Simone fuori che continua a gridare: – Ti ho detto che me ne vado! È inutile che mi vieni a cercare quaggiù perché non mi trovi! – Da quanti anni abitate qui? – chiedo io, finto indifferente . – Io abita qui da dooodici anniii. Lui quiii da uno. Siamo diforziati ma lui adesso malato. Ha bisogno di aiuto e io sono quiii! – Giustamente. -No no no! Tu non vieni qui a rompermi i coglioni capito? Del bambino non me ne frega un cazzo che fa caldo: lui sta a Milano dove è sempre stato. Alzava la voce al punto che non riuscivo a seguitare la conversazione con Ursula che già languiva di suo. Alla fine Ursula fa secca: – Il suo amico ha una telefonata lunga ! Sospiro e dico: – Si, forse è proprio il caso di andare – mentre tendo la mano per stringerla alla padrona di casa – È stato un piacere conoscerla, grazie per il vino e la birra. – Spero che adesso che mi conoscio tu viene a trovare. – Certo.- – Ci conto . – rincara e mi guida verso il giardino dove un Simone irritante seguita a urlare: – No No No! Tu qui non ci vieni a rompere le palle. domani vado via, torno in Thailandia. E fottiti.- quando ci vede chiude il telefonino e dice, come se niente fosse: – Bella casa Ursula, complimenti! –Lei non gli sorride e ringrazia mentre ci accompagna al cancello con i bassotti al seguito. – Che facciamo, ce ne andiamo? Ma dai! Perché? Si stava così bene. – Si, si è fatto tardi.- rispondo. – Ma sono appena le nove! – Si ma è meglio andare – replico deciso – Ursula è stata molto gentile a invitarci ma ora dobbiamo andare.- dico e lo afferro per un braccio. – Forza, saluta. – Arr… vederci Ursula. – e quasi incespica sui miei piedi – ci vediamo eh? Ehi ma non strattonarmi che mi fai male!- Buonanotte. Le prende la mano e gliela bacia.- Mi spiace per il mio amico non è male solo un poco orso. – E cammina… Quando siamo lontani dal cancello e da Ursula mi mantengo freddo e dico – certo che sei davvero una capra. Prima vuoi entrare e poi ti metti ad urlare al telefono. Che c. di figura mi fai fare? era meglio ritornare a casa e invece tu – noooo grazie Ursula entriamo che bella questa casa… ma va và! Non sai nemmeno comportarti da persona civile. – Eh… quante storie! Era Paola al telefono . Vuole venire giù nelle Marche qui a casa tua a portarmi suo figlio, ma scherziamo? – mentre parla sembra che debba convincere se stesso della irrazionalità delle cose, anche se sa bene che non è così. – E anche tuo figlio, non credi? sei il padre dovresti occupartene quanto se ne occupa lei Simone . – seguo il sentiero che riconduce alla casa, ormai è quasi notte, le lucciole invadono lo spazio buio sono dappertutto: fra le vigne, i campi di girasole, in mezzo agli alberi. Era il momento più bello dell’anno, del mese e del giorno e lui me lo stava rovinando con i suoi problemi da mancanza di razionalità sempiterna, salgo sul viottolo che porta alla casa, mescolandomi fra i rovi e le ginestre, dico: – stai attento.- senza neanche sapere se mi sta seguendo, forse lo dico a me stesso, forse penso che immergermi fra queste frasche mi faccia bene, come immergermi nella natura e scomparire per un po’, sento lui che mi dice che non è la strada giusta, che è tutta rovi e spine, che sembro un matto che era meglio fare il giro lungo quello fatto prima, ma io persevero e m’incastro, so che è la strada più difficile ma anche la più corta, che questo modo di pensare a come uscire dalla sterpaglia mi deconcentra e mi concentra al tempo stesso, non sento più nessuno, solo il mio respiro e i rami che si spostano, unito al rumore di qualche animale che prende la fuga spaventato dalle nostre presenze. Sento Simone che impreca e si lamenta : – tu non sei normale.- mi dice e detto da lui mi pare un complimento. Da dietro lo sento inveire contro le foglie, contro me, contro le frasche che gli si sbattono in faccia, dice ahi! porcaccia la marianna- e io sono felice, contento che la natura gli dia quel che si merita una buona volta, felice che possa ritornare a casa pieno di graffi e tagli. Magari con qualcosa che gli sia entrato nell’occhio o anche nel cuore, forse comincerebbe a capire, anche se so che non succederà. Non capiterà, mi dico, mentre arrivo sotto la Gertude che sembra attendermi imperturbabile e indifferente come una dea, mentre affronto per lei la più impervia e terribile delle prove. Simone dietro di me arriva ansimando, sembra uno appena scampato da un disastro; tutto tagli e strappi di camicia, si avvicina con un espressione furiosa, mi dice:- ma come ci hai pensato di passare per di qua, ma sei matto? – si tocca la camicia e mi fa: – guarda cosa hai fatto? Era nuova! Sembro uno che è stato appena frustato, mi fa male dappertutto. Guarda qua! E mi indica il ginocchio gocciolante di sangue. – Potevi fare il giro largo mica dovevi per forza seguirmi .- gli faccio assente. E questo lo fa ancora più incazzare. – L’hai fatto apposta, dillo! L’Hai fatto apposta brutto stronzo arrogante. Ti credi di essere chissà chi eh? Dall’alto della tua perfezione, credi di darmi lezioni eh? maestrino del cazzo, sei patetico e stronzo. – Senti mi sembra di averti sopportato abbastanza in questi giorni. Sarà meglio che ti fai le valigie prima che finisca male. – Perché cosa vorresti fare eh? È già finita male, stronzo! – Ecco, bravo vattene, anche perché se ti trova la tua ex con il pargolo finisce che ti devi pure sciroppare il lattante eh? – faccio io ormai partito per la tangente – e mi pare proprio di vederti tra merda e pannolini. Saresti proprio divertente, finalmente! -Sei uno stronzo- e comincia a spingermi, in breve mi trovo a terra con un acuto dolore alla guancia – e tu sei pazzo.- gli do un calcio senza volerlo proprio al ginocchio claudicante. Un urlo lancinante scuote il silenzio della collina – ahah!!! Oddio! Ahaha! Simone cade a terra e si avvinghia su se stesso : – Oddio s’è rotto! S’è rotto! Maledetto! – Fa vedere- faccio io preoccupato e mi avvicino; nel mente lui mi trascina e mi getta a terra, finisce che ci rotoliamo come balle di fieno sino al fondo del giardino, non riusciamo nemmeno a darcele per quanto siamo attaccati. Si sentono solo le urla soffocate da imprecazioni e grugniti a intensità ridotta; avremmo durato così  per ore, se non fosse stato per Tonina, insospettita dai rumori, che accende tutte le luci esterne del giardino e se ne esce da casa con in braccio un fucile.- Chi è là?- grida. – Va’ che sparo eh! E non so come né quando lo sparo parte davvero e ci lascia paralizzati come se ciascuno di noi temesse per l’altro. – Tonina buona siamo noi!- faccio io – siamo qui! non sparare. – Ma ‘ndò? ‘N vedo niè ! ‘Ndò stade? Allora ci sciogliamo dal nostro groviglio e proviamo ad alzarci, malconci e indolenziti, Simone non riesce del tutto e lo aiuto – Forza Simone . – Nooo, mi fa troppo male! Sento Tonina avvicinarsi e dire: – Dottò ch’è stetu, si feritu?- e poi alla fine quando ci vede – Uh madonna! So’ stata io! Uh madonna ch’ ho fatto!! uh madonnina santa – sembrava un’ invasata – Ho ucciso n’ omo, ciso n’omo madonna! Gridava mettendosi le mani nei capelli. – Toniiiina . Stia calma non ha ucciso nessuno! la rassicuro. Lei si gira di scatto e dice:- Nooo? E allora che d’è tutto ‘sto sangue? – Siamo caduti. – E ‘ndò? Ma guarda che rrobba! Madonna santa e chi ce vole ‘l medico p È forza! Uh madonna santa mo’ chiamo l’ambulanza la guardia medica… – Seee, i pompieri e l’elicottero! – Tonina stia tranquilla è tutto a posto. – Che scherzete? Tutt’ appostu? Ma che madonnina dici dottò? Non vedi come s’ì ridotti tutt’adue, fè spaventu. Oddio santo almeno femme chiamà Pierino chi mme moro anch’iu . Cerco di calmarla e dico : – Noooo Tonina, fermati. Non chiamare nessuno sennò viene tutto il paese. Stai buona, prendi dell’acqua calda e delle bende, aiutami a sollevare Simone che non ce la fa ad alzarsi. – Nù Cristu simile e chi ie la fa? – Siamo in due Tonina, tu da una parte e io dall’altra, dai, forza.

2 Comments


  • è ɗa 1 sᥱttimana che giгo pеr lɑ rete e il tuo blog è l'unica coksa attraente che trovo. Realmente apprezzabile. Se tutte le persone cҺe creano pagine web bаdaѕssero a produrre materiale brillante come questo il web sarebbe sicuramente più piacevole Ԁa leggere. Continua così.

      • Lorenza Cappanera
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      • luglio 17, 2017

      grazie!

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