La versione di Gino

gINO

Sul monastero di Montebello e Gino Girolomoni gira una leggenda, misteriosa e seducente, che aderisce perfettamente alla figura mistica dell’ uomo che ho avuto il previlegio di conoscere. Si narra che quando Gino vide per la  prima volta il monastero , abbandonato e invaso dai rovi,  fu colto da un visione: dal bosco adiacente l’ edificio gli apparve un carro , un carro di fuoco , un immagine che richiama simboli biblici , e lui, uomo profondamente religioso, lo percepi’  come un presagio, un messaggio divino cui prestar fede: doveva far ritornare alla vita l’ antico monastero. 

montebello

Non doveva essere stato facile per lui, di modestissime origini contadine,  senza madre e con un padre malato affrontare la sua giovane vita, glielo si leggeva ancora negli occhi di adulto, ma era sempre stato un tipo determinato  oltreche’ intelligente, sentiva che il mondo stava cambiando  e si chiedeva continuamente come  e in che modo e che cosa avrebbe potuto fare per mantenerlo il piu’ possibile intatto, altrimenti quei cambiamenti avrebbero per sempre stravolto lui e  i suoi amati luoghi , le campagne e quella vita dove la vita aveva sempre avuto un senso. ” La natura stava gridando” mi disse una volta ” e io fui l’ unico ad ascoltarla”  E fu’ cosi’ che comincio’:  con  i  i giovani di Isola del Piano a formare una comune agricola, a lavorar la terra e le stalle con le vacche vere. ”  ricordo soprattutto il freddo dell’ inverno” mi disse una giorno  uno di loro, Peppino Paolini, oggi sindaco di Isola del Piano, mostrandomi delle foto in bianco e nero: lui e Gino con un metro di neve e la pala in mano accanto al monastero. Gia’, non deve esser stato facile,e difatti  la comune falli’ e ognuno prese la sua strada ma  Gino rimase, fermo nel suo progetto con la Tullia, sua moglie, che gli rimase accanto e gli diede tre figli, e quindi  il monastero,  la locanda, il pastificio, la cooperativa e il suo messaggio di un agricoltura senza pesticidi e conseguentemente di un cibo piu’ sano , tutto riunito in un unico simbolo:  Alce Nero . Ma chi  era Alce Nero e che cosa significava per Girolomoni? Credo che significasse molte cose insieme : il guerriero Sioux che resiste, resiste all’ invasione occidentale, resiste in nome della natura , il guerriero che sin da piccolo ha delle visioni e le racconta, il guerriero  che si converte al cattolicesimo pur mantenendo le proprie tradizioni , guerriero infine  che racconta ( Alce Nero parla ) perche’ il suo grido  non si disperda nel vento. Gino Girolomoni era Alce Nero.

Autodidatta, studiava e  leggeva continuamente . All’ epoca diventa saggista, collabora con diversi  giornali, scrive libri e fonda una rivista ” Mediterraneo” , oltre a presiedere la fondazione Alce Nero, intesse  importanti relazioni con intellettuali e politici del suo tempo: Sergio Quinzio, Guido Ceronetti, Paolo Volponi, Marina Salamon, Massimo Cacciari, Moni Ovadia, Andrea De Carlo. Sono solo alcuni dei nomi che sono stati suo ospiti al Monastero e hanno parlato in una delle sue tante conferenze che attiravano tante belle menti da tutto il paese e da tutta Europa. 

Nel frattempo il monastero, restaurato nell’ arco di quarant’ anni, viene completato con il recupero della chiesetta, e ancora oggi e’ possibile ammirarlo  al suo interno in quanto sede del museo della civilta’ contadina. Gino aveva  finalmente realizzato la sua visione: un’ opera straordinaria se solo poteste vedere la grandezza dell’ edificio che vi invito a visitare, sopra le colline di Isola del Piano, sull’ altopiano delle Cesane che vede il mare e la strada che porta ad Urbino, cui dista solo una decina di chilometri, per una strada bellissima   e aperta, perche’ alta e panoramica , attorniata dai boschi di conifere e querce, che appartengono fortunatamente al demanio. 

Qui uno stralcio di un suo intervento del Luglio 1973 in un convegno a a Isola del Piano, al quale avevano partecipato molti intellettuali. Sentite cosa accadeva una volta, non moltissimo tempo fa, nelle campagne marchigiane. 

” queste pagine sono state scritte da uno che ha rovesciato  la terra con l’ aratro trascinato dai buoi e che lo fa oggi con il trattore, da uno che ha abbattuto il fieno con la falce e che oggi lo fa con il motore. Uno quindi che ne conosce bene la differenza. Alla fine degli anni cinquanta la popolazione della campagna di Isola del Piano viveva ancora come nei secoli passati, unica differenza erano le trebbiatrici del grano e la lieta conseguenza che ne derivava: invece del pane  di ghianda come agli inzi del secolo, si mangiava quello di grano. La televisione non c’ era ancora e neanche il frigorifero e la lavatrice. Non c’era l’ automobile e nemmeno il trattore. E non c’ era ancora la plastica , i recipienti per la cantina erano di legno e quelli per il bestiame in ferro. Non c’ erano le strade attraverso le quali queste cose potessero arrivare. 

Nelle case venivano  ogni tanto solo il povero  Secondino, con la cavalla che mordeva, a vendere il sapone e la conserva e prendere in cambio le uova , e veniva Cimicia a comprare le pelli di lepre e di coniglio. Una volta all’ anno veniva Baffone a vendere i pettini , i rasoi, gli organetti e ogni volta che veniva mi prendeva voglia di suonarlo mentre mio nonno mi faceva invece lo zufolo di canna. Poi, una volta all’ anno, passava l’ arrotino ad  arrotare e lo spranghino a sprangare i cocci che si erano rotti. A marzo veniva Din Din con l’ alambicco per fare la grappa con le vinacce e dormiva nella stalla. 

La mancanza di strade maestre provocava molte difficolta’ ad esempio la levatrice o il medico bisognava andarli a prendere con la slitta o il biroccio trainati dai buoi, la domenica si vedeva la gente scendere dalle colline con le scarpe in mano da cambiare prima di entrare in paese. Non c’ era acqua corrente e e non c’ era energia elettrica e l’ illuminazione si otteneva con i lumi a petrolio e con la centilena. 

Sempre negli anni cinquanta i contadini dicevano che se avessero avuto l’ acqua, la luce e la strada allora si che lla loro condizione sarebbe stata piu’ sopportabile. Dalla fine degli anni cinquanta e’ arrivata la strada, poi la luce e poi l’ acqua ma la gente dei campi se n’ e’ andata ugualmente. Perche’? Perche’ la gente in quegli anni fu’ colpita da una grave malattia , quella di porsi le domande ( prima le domande se le ponevano soltanto i ricchi, mentre il popolo lavorava) Perche’ devo dare la meta’ al proprietario? perche’ non posso far studiare i miei figli? Perche’ ‘ non posso avere una casa comoda e pulita? Perche’ quando vado in citta’ negli uffici mi guardano con disprezzo e non mi ascoltano neanche? Dopo essersi posto queste domande se ne sono andati lungo la Flaminia tra Fossombrone e Fano e lungo l’ Adriatica a verniciare mobili di legno sintetico o a fare i manovali.Ma anche molti contadini che possedevano i campi che lavoravano se ne sono andati e quindi che cosa ha determinato la fuga dalla terra dunque? I figli che in citta’ hanno fatto un po’ di scuola , la moglie che qualche volta ha visto la citta’ ne e’ stata sedotta e ha convinto il marito a farsi la casa nelle monotone e sterminate periferie’. E cosi’ uno lascia la sua terra, le tradizioni, gli amici illudendosi che basti un maggiore guadagno e i servizi della citta vicina per compensare quello che perde lasciando i campi che erano del padre e del padre  del padre e dove tutti sapevano chi era e come si chiamava mentre dove va nessuno sa chi e’. Con la strada e’ arrivata la motocicletta e poi la lavatrice e il frigorifero, poi il trattore, la motofalce a benzina, e cosi’ tante querce sono state abbattute mentre prima si faceva fatica a tagliarle e le si lasciava li’. 

Oggi la quantita’ della produzione agricola e’ aumentata ma non la qualita’ , a causa dei fertilizzanti artificiali e dei diserbanti. Anche la qualita’ della salute ha subito un danno notevole, non c’ e piu’ di un coltivatore che non abbia una malattia per la quale, se non cresce presto il figlio, non puo’ piu’ mandare avanti il campo. La polvere dei concimi e degli erbicidi che ha respirato e’ stata dannosissima ma anche la salute della terra e’ destinata a crollare: due anni fa in Olanda mi sono fermato a vedere un campo di grano e ho toccato la terra e la spiga piccola e malata, la terra non sembrava piu’ terra ma un prodotto sintetico. E che dire delle nostre piante da  frutto che non fanno piu’ frutti se non sono ripetutamente trattate? Ormai l’ equilibrio ecologico della natura si e’ rotto e solo la natura , in un modo forse disastroso per gli uomini, puo’ ristabilirlo. 

Prima il combustibile veniva dal campo vicino a casa ed era il fieno e l’ erba, adesso viene dall’ Arabia Saudita. A casa le donne facevano la pasta e il pane, il forno andava a legna e la legna non costava niente. Non solo, dalla molitura del grano usciva anche il cibo per i maiali, la crusca. Prima che non c’erano le macchine c’ era anche il tempo di fare il pane, adesso che ci sono i trattori e l’automobile quel tempo non ce l’ hanno piu’ . Il mio discorso non vuole sostenere niente, dico che qualcosa non funziona: adesso che in campagna ci sono i trattori con tutti gli accessori i contadini lavorano lo stesso numero di ore di quando c’erano le mucche. E di soldi in tasca gliene rimangono quanti ne rimanevano prima. E allora? E allora c’ e’ qualcosa che non funziona, cioe’ non funziona niente! 

Una grande civilta’ e’ praticamente scomparsa: gli aratri di legno, i telai per tessere la lana, le pietre lavorate per stendere i bachi da seta, la pialla gigantesca per fare i tini e le botti, ogni famiglia produceva canapa e lana e seta e le lavorava, dal legno del bosco si  ricavava una sedia, una botte e un recipiente. Ogni famiglia era autosufficiente. 

Il molino di pietra e’ dell’ ultimo scalpellino che c’ e’ rimasto a Isola, le pistole per i portoni sono dell’ unico fabbro, le sedie e le scarpe e i cesti e i canestri, passata la generazione di mio padre non li sapra’ fare piu’ nessuno. 

Se e ‘ vero che indietro non si torna e’ vero anche che avanti c’ e’ il caos. Se la gente sapra’ fare anche queste cose potra’ sopravvivere. Io me lo auguro e cerco d’ imparare a farle. ” 

” Sulle tracce dei nostri padri” –  Anno 2000, Fondazione Alce Nero 

Tutto questo lo scriveva nel 1973

 

Le sue parole , davvero profetiche, forse  avrebbero meritato una maggiore riflessione. Se poi pensiamo alla crisi dei nostri tempi, alle nostre fabbriche che chiudono e l’ avvento della Cina con altra distruzione della natura che si ribella creando disastri ecologici di portata mai vista prima, forse penso che la fuga dalla terra sia stata un grosso errore, proprio come diceva Gino. 

 

 

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